ARTICOLI
 
Settembre 2009
Galleggiante e pasturatore 2°Parte
Nello Cataudo





E’ il momento di parlare di alcune esperienze di pesca, fatte con la tecnica descritta nel precedente articolo. A volte, quello che scaturisce da una sana pratica effettuata sul campo, ha più valore delle mille e passa teorie che abbiamo già letto e riletto in chissà quante riviste e libri, e può addirittura, in alcuni casi, sfatare e sovvertire regole, date sino a quel momento per certe.
Per le mie pescate ho sempre impiegato una canna, da 4,20mt, con potenza 20-50gr. ad azione parabolica. Come mulinello, un vecchio Biomaster II, taglia 4000, caricato con monofilo Ø0.22.. Oltre al sottoscritto, altri 3 compagni d’avventura che si sono avvicendati nel corso di un paio di stagioni.
Il luogo che frequentiamo è prevalentemente lo stesso, tanto che teniamo sempre una canna montata di tutto e preparata per quella tecnica, in quello spot. Quando si arriva sul luogo, si è già pronti per l’azione: basta lanciare qualche manciata di bigattini, a distanza non eccessiva, tanto l’azione si svolgerà ad appena 8-10mt da noi. Ci si dispone in batteria quasi sempre con la stessa sequenza, come se ognuno avesse un ben preciso posto assegnato. Chi ha però strane idee in testa per la giornata, tipo teleferica con il vivo o altro ancora, viene “confinato” in una delle 2 estremità dello schieramento, per non disturbare troppo l’azione di pesca dei compagni, e per poter spaziare liberamente con lanci di ricerca.
Prima di “calare le lenze” bisogna conoscere l’esatta profondità dello specchio d’acqua dove si andrà a lanciare. In gergo si dice che “occorre misurare il fondo”.
Un sondino è l’accessorio che ci serve. Altro non è, che un piombo di qualche decina di grammi, ma comunque di peso superiore alla portata del nostro galleggiante, che va applicato sull’amo. Dopo aver lanciato nel punto prestabilito, se il galleggiante dovesse affondare e sparire, vuol dire che abbiamo dato “poco fondo”. Il nodo di stop sulla lenza madre è fissato troppo in avanti. Occorre spostarlo in direzione opposta (tirare verso il mulinello). Se viceversa il galleggiante dovesse rimanere orizzontale a pelo d’acqua, vuol dire che abbiamo dato “troppo fondo”. Spostare in questo caso il nodino in direzione opposta (tirare verso la zavorra). Avremo raggiunto il nostro scopo, quando il galleggiante sarà messo in verticale dalla trazione del piombo, ma la parte finale dell’antenna rimarrà appena sotto il pelo dell’acqua. Spostiamo successivamente il nodo di stop ancora verso la zavorra di un tot a nostra scelta; tale ulteriore regolazione corrisponderà a quanto intendiamo sollevare l’esca dal fondo. E’ opportuno ripetere ogni tanto questa operazione. Pur trovandoci all’interno di un’area portuale, non è detto che la profondità sia costante. Può anche accadere che il nodino di stop vada spostandosi, con lo sbattere sugli anelli della canna durante i vari lanci e recuperi. E’ buona norma non serrarlo mai troppo, sia per non danneggiare la lenza madre, sia per consentire successive regolazioni. Sono solito portare con me un pennarello indelebile e, una volta trovata la regolazione ideale, faccio un segnetto sulla lenza, immediatamente a monte e a valle di esso. Non preoccupatevi di rovinare il filo, o di scarabocchiarlo, perché se il segno rimane sarà soltanto per un paio di battute, in quanto l’inchiostro alla fine tanto indelebile non è!
E’ opportuno fare una considerazione sullla disposizione del calamento durante il lancio. La parte che si protenderà in avanti sarà ovviamente quella più pesante, cioè il pasturatore con dentro la zavorra. Di solito il galleggiante vi rimane accostato per tutto il volo. Il finale con l’amo e i bigattini saranno rivolti all’indietro, rischiando di ingarbugliarsi intorno alla lenza madre, ma ancor più spesso proprio intorno al galleggiante. E’ buona norma frenare il lancio qualche istante prima che il calamento tocchi l’acqua, in modo da far distendere il terminale in avanti. Io lo faccio accostando delicatamente i polpastrelli della mano sinistra sulla bobina del mulinello. Si può fare anche utilizzando l’indice della mano destra (o comunque quella che sta sulla placca porta mulinello), ma questo gesto richiede maggiore perizia. Certe volte, soprattutto quando si pesca in condizioni di scarsa illuminazione, non si ha però la possibilità di controllare questo gesto con il giusto tempismo. Bisogna quindi ricorrere ad un diverso espediente che possa offrirci maggiore sicurezza. Facciamo alcune considerazioni:
Come avevamo detto appena sopra, durante il volo, l’amo tende ad impigliarsi di solito intorno al gruppo galleggiante-scorrifilo. Occorre pertanto allontanare quest’ultimo elemento dal suo raggio d’azione. Lo facciamo applicando sulla lenza madre un secondo nodino di stop, fra lo scorrifilo e il pasturatore. Se utilizziamo finali lunghi 1,20mt, è bene che il galleggiante si fermi a 1,40mt circa da quest’ultimo. Se utilizziamo finali lunghi oltre 1,20mt, occorre distanziare di conseguenza il nodino, mantenendo sempre una distanza di sicurezza di 20-30cm.
L’applicazione di questo secondo nodino fa sorgere però delle limitazioni alla lunghezza del nostro finale: se questo è lungo 1,20mt, ed il galleggiante si dovrà fermare in basso a circa 1,40mt dal gruppo pasturatore, in fase di lancio si avrà da gestire una lunghezza di lenza, fuori dal cimino, di almeno 2,60mt. Tale misura non sarà ancora problematica, ma se si vuole utilizzare un finale di 1,50-2,0 mt, aggiungendovi poi la distanza di sicurezza per il secondo nodino, è ovvio che una canna da 4,20-4,50 non sarà l’attrezzo più adatto.
Qualora si abbia intenzione di pescare ad una certa distanza da riva, è opportuno lanciare sempre nello stesso punto per non disperdere troppo l’effetto della pasturazione. E’ consigliabile creare un fine corsa per la fuoriuscita del filo della bobina. Per questo scopo, dopo aver lanciato una prima volta nel punto “X”, e aver recuperato la lenza in eccesso, si può avvolgere un paio di giri d’elastico intorno alla bobina del mulinello. La tensione però non deve essere eccessiva. Bisogna evitare l’arresto improvviso del filo nel caso di un lancio troppo esuberante. Se invece si libereranno un paio di spire in più, ciò non sarà certo un problema. L’eventuale presenza di spire ancora avvolte sopra l’elastico ci indicherà che avremmo lanciato più vicino eil loro numero può persino indicarci sommariamente di quanto.
Per tale scopo, considerando i sottili diametri di lenza che usiamo, sconsiglio di utilizzare la linguetta bloccafilo sulla bobina, in quanto un pasturatore ben riempito, soprattutto con pastura inumidita, acquista con il lancio una certa inerzia, e arrestarlo bruscamente in aria potrebbe essere causa di rotture.
E’ giusto ammettere sin d’ora che le catture non sono mai ripartite in maniera equivalente fra i vari pescatori. Sulle mie esperienze, scartando a priori l’elemento “fortuna”, ho fatto delle riflessioni, che hanno poi trovato fondamento nelle battute successive.
In tutte le acque dei porti, piccoli o grandi che siano, vi è un movimento di corrente. Questo è generato sempre all’esterno, da escursioni di marea, e/o da correnti proprie della zona, che riescono a far sentire la loro influenza più o meno vistosamente all’interno. Nel posto che frequento, ho notato diverse volte sull’albeggiare, di avere una moderata deviazione del galleggiante verso sinistra, poi una stasi, e sul tardo della mattinata una leggera tendenza in direzione opposta. Dal punto di vista dell’attrezzatura, certamente con una bolognese da 6,00-7,00mt non avrei avuto problemi di sorta, in quanto avrei stazionato con il cimino quasi sulla verticale di esso, con un minimo di lenza fuori, evitando l’effetto deriva. Invece, con la mia canna, ero costretto a lanciare sempre a monte di corrente, e ritirare con il galleggiante quasi a ridosso del compagno a valle. Per evitare sovrapposizioni di lenza, spesso lanciavamo nello stesso istante, dopo il rinnovo di routine dell’esca.
Anche se il pasturatore dispensa in acqua il proprio contenuto a poco più di un metro dal fondo, i bigattini subiscono comunque una leggera deviazione a favore di corrente. In verità cominciano a fuoriuscire già nella prima fase di affondamento del contenitore, a meno di non renderli appiccicosi con l’apposita colla, o impastandoli con della pastura inumidita. A causa della deriva sopra descritta, il compagno a valle è stato quello che ha cominciato a pescare quasi sempre prima degli altri, e più degli altri, tanto che spesso ci si è messi vicini, per fare gioco di squadra, e i risultati si sono riequilibrati.
I bigattini sono un’esca di basso costo, ma hanno grandi potenziali di cattura: Cominciando a pescare prima dell’alba le occhiate sono di solito le prime prede ad essere catturate. Seguono, alle prime luci i sugarelli, e poi le orate. Non rari i casi di cattura di spigole e cefali.
La pasturazione deve avvenire con continuità, ma in maniera decrescente. Non eccediamo con la quantità di bigattini, sennò rischiamo di mettere in acqua troppo nutrimento per i pesci, e si potrebbe andare incontro ad una diminuzione delle catture. Volendo, si può anche modificare la percentuale nell’impasto bigattini/pastura a favore di quest’ultima, o “caricare” il pasturatore solamente ogni tanto.
Certamente il mio è un hot spot che elargisce parecchie e piacevoli catture nelle stagioni primavera e autunno. Lo stesso non si può dire di altre località che ho frequentato.......
Nei pesci catturati, durante la loro pulitura nella cucina di casa, è stato trovato lo stomaco pieno di bigattini. Questo è segno che, quando arriva il branco, staziona così tanto da riempirsi la pancia. Alla fine capita però che la vittima di turno incappa nell’insidia con l’amo e vi rimane!
Un consiglio spassionato sulla ferrata: non agite mai d’impulso! Prima di agire è cosa saggia attendere qualche secondo dopo l’affondamento del galleggiante. Imparerete man mano ad acquisire il giusto tempismo. Ovviamente non tutti i pesci mangiano allo stesso modo, ed è vero altresì che una stessa specie ha atteggiamenti diversi in periodi diversi nei confronti dell’esca, ma si sa, a pesca si fanno sempre nuove esperienze, sennò il nostro hobby risulterebbe alquanto monotono.



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