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Giugno 2008 Emanuele Velardita
Lo Sgombro


Poco utilizzato e conosciuto fino a qualche anno fa, lo sgombro è balzato recentemente agli onori della cronaca grazie al fortissimo ascendente esercitato sui serra, divenendone l’esca principale insieme al cefalo ma, rispetto a quest’ultimo, più facilmente reperibile.
Infatti, essendo un pesce azzurro molto comune lungo tutte le coste, si trova facilmente nelle pescherie, a prezzi abbastanza contenuti.
le misure sono variabili, partendo dai piccoli esemplari fino a raggiungere esemplari anche di mezzo kg.
La durata e resistenza al caldo, lo rendono un ottimo succedaneo alla sarda.
Infatti, rispetto a quest’ultima, non si frolla al minimo sbalzo di temperatura, è facile da congelare - basta semplicemente pulirlo e imbustarlo – e, una volta scongelato, ritorna perfetto e turgido come da fresco.
Inoltre, la pelle è dura e dalla livrea molto sgargiante.
Innescato pelle fuori, da una parte ne sfruttiamo il richiamo visivo esercitato dai colori, dall’altro proteggiamo l’esca dagli attacchi esterni di minutaglie e granchi.
In tal modo, l’innesco dura molto di più dei canonici cinque dieci minuti della sarda, e rimane intatto anche se recuperato dopo un’ora dal primo lancio.
INNESCO
Gli esemplari piccoli, sono ottimi per la pesca invernale, innescati interi e messi in pesca nella prima fascia.
In questo caso, l’innesco è molto semplice, non prevede deliscamento – anche perché, la carne degli gli esemplari più piccoli, tende a sfaldarsi in scaglie – ma soltanto l’eliminazione di testa e coda, nonché un lungo taglio nella parte ventrale.
Inutile eliminare le interiora; ricche di sangue, ci serviranno da richiamo olfattivo. Ci limiteremo a passare il finale lungo il taglio con l’amo sporgente dalla parte della testa, e chiudere il tutto con il filo elastico.
Volendo, prima di usare il filo elastico, potremo fare dei piccoli tasselli lungo i fianchi per facilitare l’uscita dell’olio, così da aumentare ulteriormente la scia odorosa.
Per gli inneschi più complessi – tipo quello dedicato al serra, descritto nelle foto – opteremo per gli esemplari grossi, la cui carne è molto più soda e non teme la sfilettatura.
Ciò di cui abbiamo bisogno è uno sfilettatore “vero” e molto affilato e un tagliere di generose dimensioni.
Vicino la coda, su uno dei fianchi, pratichiamo un piccolo taglio profondo, dal quale inizieremo a tagliare il filetto.
Il taglio sarà netto e deciso, con la lama che camminerà sfruttando come base la lisca del pesce, e si fermerà circa a metà del fianco.
Il risultato, sarà un triangolo di carne alto e spesso, ma poco ampio e difficile da richiudere in se stesso, a maggior ragione se dovremo flotterizzarlo.
Per risolvere il problema, lo sfiletteremo di nuovo dividendolo per le due metà – agendo come i macellai quando “aprono” i petti di pollo – per ottenere, alla fine, una “fetta” molto più ampia della precedente, ma anche meno spessa e più facile da involtare e richiudere su se stessa.
dunque, messi all’interno galleggiante e finale, involtiamo tutto e richiudiamo accuratamente con il filo elastico.
Il risultato, come si vede in foto, sarà un innesco molto grosso e consistente, composto in parte da pelle e in parte da carne, che ci permetterà di creare la scia olfattiva necessaria, ma anche di sfruttare al massimo il richiamo visivo della livrea.
A questo punto, non resta che lanciare e aspettare che accada il miracolo
 
Novembre 2007 Emanuele Velardita
Cannolicchio


Denominazione scientifica e habitat
Il cannolicchio (Solen Marginatus – seguendo la catalogazione di Pannant – o Ensis Siliqua – secondo quella di Linneo –) è un bivalve dalla caratteristica forma oblunga simile ad un coltello (altro nome con cui viene riconosciuto regionalmente).
Il corpo è caratterizzato da una conchiglia morbida, allungata e molto liscia, di colore che cambia a seconda dell’età del soggetto e del fondo in cui si riproduce, la sua lunghezza può raggiungere i 15-20 cm negli esemplari più adulti.
La parte più interessante del mollusco si identifica come il “piede”, ovvero una propagine lunga ed estroflessa con cui esso scava, si aggrappa al suolo e, in casi estremi, cerca di difendersi interrandosi velocemente.
Come tutti i bivalve, anche i cannolicchio si nutre per filtraggio, utilizzando allo scopo due sifoni che fa sporgere dalla coltre sabbiosa che lo ricopre e che genera, nell’azione, due caratteristici forellini nella sabbia, la cui bordatura assume una caratteristica forma ad 8 e che lo rende facilmente individuabile ai pescatori.
Presente in Mediterraneo lungo tutte le coste italiane, vive immerso nella sabbia, da cui esce fuori, e alle volte anche piaggiato, durante le forti mareggiate che rimescolano il fondo.


Stato del mare e specie insidiabili
Vivendo immerso nella sabbia a profondità comunque non significative, rappresenta la base della piramide alimentare per molte specie insidiabili dalle coste.
Questa caratteristica, associata all’ottima capacità catturante sia vivo che morto, ne fa un’esca tipica della pesca da spiaggia, pratica, universale e selettiva, indirizzata certamente ai classici sparidi, ma anche a pleuriformi e scenidi.
Inoltre la presenza costante lungo i litorali ne fa un’esca destinata a rendere con qualsiasi condizione meteomarina.


Terminale, numerazione e tipologia di ami
Tecnicamente, è un’esca che da il meglio della resa in combinazione con finali lunghi e montati bassi in prossimità del piombo.
Che sia nylon o fluorocarbon Il finale verrà confezionato, per diametri e lunghezza, soprattutto in base al tipo di innesco che si vuol effettuare e alle condizioni che si stanno affrontando; giusto per dare una linea di massima si può ipotizzare l’utilizzo di diametri posti tra lo 0,25 e lo 0,35.
Medesimo ragionamento per la misura dell’amo che partirà dal 6 (o anche 8 per gli inneschi più piccoli) fino a giungere anche a misure ben più importanti (raramente sopra l’1 comunque).
Parlando dell’amo, trattandosi di un innesco morbido che prevede l’uso di fili elastici indipendentemente dalla vitalità dell’esca, le fogge preferibili saranno quelle a gambo lungo e filo sottile per facilitare l’ingoio e per renderne la presentazione il più naturale possibile, non omettendo mai di considerare che la robustezza complessiva dell’amo è una condizione essenziale alla buona riuscita dell’insidia. Quindi, a meno di non voler insidiare specie come le mormore, escluderemo dalla scelta ami come gli Aberdeen – che si sono rivelati in ben più di un caso troppo elastici e poco robusti se si cerca la taglia – per rivolgerci verso ami dal gambo medio/lungo;i n questo caso ottimi gli Spearpoint (che facilitano l’ingoio) e gli intramontabili, nonché robustissimi, O’Shougnessy.
Ottimi generici, i Beak di tutte le misure.
Modalità di innesco
È un campo vasto, in cui la fantasia e l’esperienza personale la fanno da padrona.
Il sistema più classico prevede l’asportazione del mollusco dalla conchiglia, il suo passaggio nel classico ago da innesco e una rassodata con il classico filo elastico (senza lesinare sulla quantità ma senza serrare troppo, per evitare che tagli l’esca).
Tante le variazioni sul tema, tra cui quella che prevede l’innesco del bivalve integro della conchiglia che verrà spezzata e rotta per simulare un esemplare in difficoltà (e che pare aver avuto parecchio successo con razze e ombrine) e quella che prevede l’innesco di più esemplari in tandem per aumentare la porzione d’innesco e, quindi, la selezione.


Conservazione
Sebbene delicato, possiamo conservarlo sia da vivo che da morto.
Da vivo, il miglior sistema è quello di creargli un habitat simile a quello in cui vive; quindi, abbondante sabbia e acqua che verranno sostituiti con una certa frequenza per garantirgli l’apporto proteico.
Per il congelamento il sistema migliore è, quando ancora è vivo, di distribuirlo in mazzetti da 5 pezzi, avvolgerli nella carta stagnola, e metterlo in congelatore.
Con questi sistemi, una volta scongelato, lo troveremo sempre sodo e ottimo per l’innesco.
Il procedimento potrà esser effettuato anche con elementi già congelati (o scongelati e ricongelati) avendo cura di eliminare soltanto quelli che, dopo una serie di congelamenti/scongelamenti, appariranno poco consistenti e gelatinosi.
Come reperirlo in natura
Non è facile reperirlo in natura.
Il sistema migliore è quello di cercare tracce della loro presenza sui fondali sabbiosi e poco profondi.
L’indizio che ne tradisce la presenza è dato da una coppia di forellini sulla sabbia con le bordure che disegnano un 8; sono i sifoni che il cannolicchio utilizza per assorbire, filtrare e rilasciare l’acqua al fine di alimentarsi.
Un lavoraccio, se si considera il fatto che non vive in vere e proprie colonie.
Ma, per la reperibilità, ci viene incontro il fatto che non è solo un’esca importante ma, soprattutto, un elemento prelibato e ricercato della cucina mediterranea.
Questo, ci permette di trovarlo, vivo, nei mercati ittici ad un prezzo comunque abbordabile e, già congelato, probabilmente non autoctono ma d’importazione ed ad un prezzo più contenuto, nei negozi che trattano alimenti surgelati..
 
Febbraio 2007 Massimo Lagana'
Oloturia e sua preparazione


Chissà quanti di voi l’avranno vista tante volte senza mai pensare di poterla usare come esca, magari l’avranno conosciuta con diversi nomi, attribuitigli per la sua particolare forma e qualcuno per la sua capacità di irrigidirsi al tatto. L’oloturia, ne esistono di diverse specie, è in realtà un ottima esca dalle altissime capacità attrattive e può essere utilizzata in più tecniche di pesca: dal palamito al surfcasting passando dal bolentino e dalla pesca all’inglese; volte alla cattura delle più diverse specie: saraghi e occhiate in primis, ma anche spigole, orate, pagelli, boghe, etc…..
Purtroppo non è facile reperirla, dovrete buttarvi in mare o affidarvi a qualche paziente amico subacqueo. Con una oloturia potrete farci, circa, da 2 a 7 innescate in base alle dimensioni della stessa e dell’amo che userete.
Una volta procurata, sarà bene pulirla immediatamente, o comunque poco dopo (fino ad allora và tenuta in acqua di mare), altrimenti s’indurirà rendendo più difficile l’operazione di pulitura.
Dovrete procurarvi un coltello bene affilato ed un cucchiaino.
Si comincia col tagliare via un’estremità:







Poi bisogna asportare anche l’altra:



Ed ecco la nostra oloturia, tagliata a mò di cetriolo:



Adesso bisogna praticarle un’incisione laterale per tutta la sua lunghezza:



A questo punto vanno asportate le budella, sono sempre piene di sabbia, si nutrono filtrandola:






Fatto questo bisogna allagarla immediatamente e stenderla per bene, altrimenti tenderà ad arricciarsi complicando l’operazione:



E’ l’ora di utilizzare il cucchiaino per asportare la membrana interna che è la parte che ci interessa, quella che andrà innescata. Si comincia da un angolo:



Si procede con cura:






Fino a staccarla completamente:



Ecco, avremo così ottenuto la nostra esca:



Bisogna conservala in un contenitore con acqua di mare, può essere tenuta per qualche giorno in frigo e la si può congelare anche se, chiaramente, non sarà mai come quando fresca.
E’ un’ esca molto dura e resistente all’amo, la si può tranquillamente staccare dalla bocca del pesce e ributtarla in mare.
 
Dicembre 2006 Massimo Saija
Sugarello


Esiste di sicuro una cerchia di scher che va a pesca con la mente rivolta al grande predatore presente in ogni spiaggia, scogliera o porto che sia! Nel reparto delle esche di questi cacciatori di mostri non mancano mai sardine, calamari, acciughe, seppie, ecc…
Crescendo come pescatore e inseguitore di pesci con la maiuscola ho imparato a innescare di tutto e a cercare sempre nuovi e proteici bocconi da presentare in mare!
Un giorno passando dal mio rivenditore fidato ho scoperto con grande amarezza che sardine o acciughe non se ne vedevano, ma lui mi disse” Ho dei sauri freschissimi”.
Così ho scoperto un’esca che non faccio mai mancare nella mia auto.
Il Sauro (Sugarello) è un pesce azzurro della famiglia dei carangidi (Trachurus trachurus) presente in tutto il mediterraneo e reperibile durante tutte le stagioni. Questa sua facile reperibilità ne fa un’esca perfetta in tutti quei momenti dove non è possibile trovare anelidi o altro.
La carne si presenta molto ricca di olio e compatta. Ottima quindi per essere innescata in molteplici modi.
Se stiamo mirando al predatore possiamo usare la parte della coda o del dorso. L’innesco si prepara in modo semplicissimo. Con un’affilato sfilettatore estraiamo la porzione che ci sembra più consona, tenendo sempre presente la dimensione dell’amo, a questo punto possiamo eliminare la pelle o lasciarla. Avendo in mano il nostro boccone lo incidiamo per la sua lunghezza e lo inneschiamo nascondendo l’amo ad un’estremità e compattando il tutto con numerosi giri di filo elastico.
Data la compattezza delle carni, il sauro si può innescare anche usando porzioni più piccole e innescandole con l’ausilo di un’ago da innesco cavo (tipo quello per il bibi).
Durante le mie battute ho constatato che tutti i predatori ne sono ghiotti, quindi spigole, gronghi, cernie, murene…ma anche saraghi, pagelli, razze. Insomma, come la sardina è un’esca generica che si intona bene in tutti i tipi di fondali. E’ un’esca che ci può regalare grandi soddisfazioni, soprattutto quando il mare si muove e nella nostra mente echeggia l’immaginario rumore della frizione!
 
Ottobre 2006 Emanuele Velardita
Bibi (Spinculus nudus)


Denominazione scientifica e habitat
Il bibi (spinculus nudus) è un anelide bilaterale, provvisto di proboscide retrattile al cui apice si trova una bocca provvista di piccoli tentacoli, appartenente alla famiglia dei Sipunculidi.
Il corpo è caratterizzato da una cuticola dura e quadrettata, che fa da sacca ad un liquido ritenuto, da alcuni, il vero elemento catturante; di colore perlaceo e trasparente nei primi anni di vita, crescendo diventa più scuro, ambrato e, pur mantenendo sempre una certa trasparenza, si riempie di sabbia, che gli conferisce un colore marrone oscuro tipico degli esemplari più adulti.
Decisamente longevo, può raggiungere diversi anni di età e la lunghezza anche di parecchie decine di cm.
Presente in Mediterraneo a diverse profondità, vive immerso nella sabbia, da cui viene strappato dalle forti mareggiate e spiaggiato insieme alle alghe e alla detritica classica.
Fondali e stato del mare
Il fatto che viva immerso nella sabbia ne fa un’esca indirizzata a qualsiasi tipo di fondale; le dimensioni anche decisamente grosse in cui si trova in natura, invece, ne fanno un’esca non solo destinata a rendere con qualsiasi condizione meteomarina, ma anche ideale sia alla pesca da spiaggia ma anche a quella da natante (come bolentino o il conzo).
Un’esca generica, dunque, che non dovrebbe mancare mai tra quelle utilizzate, sia che si affrontino le grandi mareggiate, le scadute, o la ricerca a lunga distanza nelle giornate di calma.

Specie insidiabili
La presenza su tutti i litorali ne fa un’esca decisamente universale in quanto è indirizzabile a tutte le prede tipiche, soprattutto, della pesca da spiaggia; infatti, da una parte, viene considerata l’esca regina per gli orate e saraghi e le grosse mormore, ma, contemporaneamente, mantiene un certo ascendente anche su altre specie tipiche della sabbia o dei fondali misto sabbiosi, come scenidi (ombrine e corvine) e pleuriformi (razze e rombi).

Trave numerazione e tipologia di ami
Tecnicamente, è un’esca che si adatta ottimamente sia a travi monoamo, quali il Monorip, che a travi pluriamo, come il classico Pater Noster.
Il finale verrà confezionato come diametri e lunghezza, sia in base al trave utilizzato, che in base alle dimensioni dell’esca, alla specie da insidiare e, chiaramente, alle condizioni del mare.
Che sia nylon o fluorocarbon si parte comunque da diametri come lo 0,25 fino a giungere a quelli più sostenuti, dello 0,50.
Questo, ovviamente, vale anche per la scelta della misura dell’amo che, giusto per dare un’idea, partirà dal 6 per giungere agli zerati.
Indipendentemente dalla misura, ciò che preme sottolineare è la foggia dell’amo che, per ottenere il massimo in termini di resa dell’inganno, dovrà rispettare determinate caratteristiche, sia che si tratti di innesco vivo o rivoltato.
Per il primo una curva molto ampia, che faciliti lo scorrere dell’esca dall’ago al finale, con un ottimo indice di penetrazione e grandi capacità di robustezza alle trazioni è certamente quello che serve.
Diverso, invece, il discorso per l’innesco del trancio, il quale ospiterà ami possibilmente dalla foggia più snella e dalla curva più “umana”, pur mantenendo le caratteristiche di robustezza finale, visto la selettività dell’esca e la capacità ipotetica delle prede a cui si rivolge.
Dando delle indicazioni, esclusi gli ormai obsoleti Aberdeen, per via della loro elasticità e poca robustezza ormai accertata, ci rivolgeremo, per il bibi vivo, verso ami a gambo corto come i Beak e, per quello da innescare rovesciato, verso ami gambo medio/ungo come gli Spearpoint (che facilitano l’ingoio) e gli intramontabili, nonché robustissimi, O’Shougnessy.
Ottimi, anche gli ami da carpa dalle fogge più simili a quelle testè accennate.

Modalità di innesco
Anche qui si percorreranno strade differenti a seconda della misura e della tipologia dell’esca.
Per i classici bibi da scatola, da innescare vivi, faremo ricorso al classico ago da innesco che attraverserà il bibi partendo dal retro e uscendo dal fronte(da dove fuoriesce la proboscide), avendo molta cura nel centrare perfettamente gli opercoli senza sforare la cuticola (allo scopo sarebbe utile munirsi di un ago spuntato, per evitare lacerazioni che svuoterebbero immediatamente l’innesco).
Una volta sull’ago, il bibi verrà trasferito sul finale, cercando di evitare gli schizzi di liquido.
È un’operazione delicata, che può essere effettuata a seconda della dimensione del bibi da innescare e delle sue caratteristiche di elasticità.
Per i più piccoli e per quelli dalla cuticola più morbida ed elastica, basta agire, con molta cautela, in maniera classica - punta dell’amo alloggiata nel forellino dell’ago, passaggio dell’esca dall’ago al terminale -; per quelli più grossi e duri, certamente non in grado d seguire la curva dell’amo con facilità, l’innesco verrà effettuato al contrario – inserendo il nylon nel forellino dell’ago e facendo scorrere il bibi lungo il finale fino all’occhiello; quindi faremo girare con una moderata velocità il finale così da sfruttare la forza centrifuga per ottenere il passaggio attraverso gli opercoli di occhiello e gambo; infine posizioneremo correttamente l’esca sulla curva).
Differente è il trattamento riservato al bibi di dimensioni veramente grosse, quello definito veneziano.
Se, in caso di pesca da natante, va più che bene la classica cucitura con due giri attorno all’amo, da spiaggia sarà certamente più performante un innesco (sia intero che in trancio), che prevede l’apertura del bibi lungo la sua lunghezza, il suo rivoltamento e il successivo avvolgimento della porzione attorno al finale, usando l’ago da stecca per facilitare l’avvolgimento stretto con il filo elastico; un procedimento, dunque, non dissimile da quello classico per i filetti o i tranci di cefalopodi, che ci permetterà di ottenere un innesco abbondante, longilineo e molto resistente.
L’opinione è quella di riservare questo trattamento ai caso di mare mosso e pesca nella schiuma.
Questo al fine di aumentare lo stazionamento dell’esca sul canale, posto che la corrente, tanto forte da rimescolare il fondo, sarebbe comunque in grado di svuotare il classico bibi da scatola in un niente, rendendolo praticamente sostituibile dopo pochi minuti dall’entrata in pesca.

Conservazione
Possiamo conservarlo sia da vivo che da morto.
Da vivo, ha una longevità pari alle cure che avremo nel mantenerlo.
Ideale è una temperatura di circa 16 C°, cercando di ottimizzare l’umidità del luogo in cui vive, attraverso poca acqua di mare da applicare alla spugna, alla sabbia o qualsiasi altro materiale decideremo di utilizzare come base per il suo “pernottamento”.
Gli elementi morti, eliminati dal vivaio, non verranno buttati ma potranno essere conservati tramite congelamento.
Per il congelamento - un trattamento che rivolgeremo anche e soprattutto al bibi di grosse dimensioni - esistono tanti sistemi, tra cui i più comuni sono quello di riporne una quantitativo stabilito in un contenitore pieno di acqua di mare così da “ibernarlo” o congelarlo uno ad uno avvolto in abbondante stagnola, quando è ancora vivo e quindi riporlo nel congelatore.
Con questi sistemi, una volta scongelato, il verme, pur avendo perso il liquido (elemento comunque di disinteresse se consideriamo che lo avremmo comunque tagliato e rivoltato) si presenterà comunque fresco e di poco dissimile da un soggetto tagliato appena vivo.
Per il congelamento, l’ideale sarebbe l’utilizzo di un abbattitore di temperatura, che crea un surgelamento immediato.
È ovvio che non tutti(se non quasi nessuno) dispongono di simili apparecchiature - appannaggio dei centri d surgelamento dei prodotti alimentari - quindi si farà di necessità virtù, utilizzando il classico congelatore di casa.

Come reperirlo in natura
Nonostante non sia facile reperirlo in natura, questo non significa che sia impossibile.
Le condizioni di tempo e luogo in cui agire corrispondono con le grandi mareggiare che spiaggiano quantitativi industriali di alghe e altri detriti.
Con molta pazienza, attenzione, e, soprattutto, vincendo la sfida con gli ostinati gabbiani (la cui ressa ci segnalerà dove cercarli con sicurezza), è possibile, rimestando tra le alghe ancora bagnate, trovare dei bibi di dimensioni generose, da raccogliere vivi e conservare direttamente.
In queste situazioni, con un poco di fortuna e un paio di mareggiate importanti, si potrebbe anche giungere a conservare esca per buona parte della stagione.
Ma il gioco vale la candela?
Infatti, sebbene di scarsa reperibilità durante i mesi estivi (i motivi sono dovuti alla sua estrema delicatezza alle alte temperature, che fa desistere distributori e commercianti dal trattarlo), il bibi si trova, insieme alle altre esche, con estrema facilità nei negozi dedicati ad un prezzo, tutto sommato, abbordabile.
Sovente commercializzato in scatole contenenti diversi soggetti e la cui quantità è dettata dalle dimensioni medie del prodotto contenuto, è reperibile anche sfuso e venduto al kg, in pezzature grosse (definito “Veneziano”) da dedicare alla pesca da natante o al congelamento.
Anche se più raramente, è possibile anche trovarlo, sempre nei negozi, morto e trattato attraverso vari metodi di conservazione come la salamoia l’abbattimento o, ancora, la disidratazione, che prevedono, ovviamente una serie di piccole operazioni preliminari all’utilizzo.
 
Ottobre 2006 Maurizio Marino
Bigattino


Denominazione scientifica e habitat naturale in cui si trova
Il bigattino altro non è che la larva della mosca canaria, esca che ci arriva dai colleghi della pesca in acque interne. Si forma dalla carne in putrescenza, Il colore naturale del B. è avorio ma si trova anche colorato.

Fondali su cui l'esca si intona e stato del mare piu' favorevole
La nostra esca la possiamo definire polivalente, usata spesso in spiagge, scogliere, dalla barca. Viene usata molto nel periodo caldo per la sua vivacità, che perde nei periodi freddi abbassando il suo potere catturante. Le condizione del mare sono le più disparate, da calmo al mosso, il molto mosso viene penalizzato, dal fatto che viene usata con esili attrezzature, che non ci permettono di affrontare situazioni estreme.

Specie ittiche insidiabili
Come già detto è un esca polivalente che permette di prendere diverse specie ittiche fra cui: occhiate, mormore, saraghi, spigole, orate, cefali, ecc ecc.

Calamento numerazione e tipologia di ami
I calamenti più comuni sono quelli classici della tecnica all’inglese e della bolognese con pasturatore (quasi obbligatorio per questa tipologia di esca). Si usano finali molto sottili, che vanno dallo 0.08 allo 0,20/25 dipende da diversi fattori. Gli ami da prendere in considerazione, sono considerando anche la tipologia di pesca, a gambo lungo estremamente affilati (ovviamente non faccio nomi di marche anche perché la cosa è soggettiva) le numerazioni vanno dal 20 al 14/12.

Modalita' d'innesco
L'innesco classico e con 1/2 bigattini innescati come una calza “uso coreano”, in modo da coprire tutto il gambo dell'amo, ed altri due innescati sulla punta, appena sottopelle nella loro parte più grossa a bandiera, in modo che rimangano vivi e si muovano a lungo, attirando i pinnuti. Va doverosamente ricordato, che non uccide i pesci come si pensava, credendo che il su detto continuasse a vivere nell’intestino dei pesci uccidendoli.

Modo di conservazione
Va conservato in frigo ad una temperatura di 1 o 0 gradi centigradi, mi raccomando nella ottima chiusura dello scatolo contenitore, perché tende a farsi delle gite nei frigoriferi di tutti.

Come reperirla in natura
Possibile farsela da se? Ma io ve lo sconsiglio l’odore è nauseabondo, cmq vi spiego come: per prima cosa ci vuole un posto molto poco frequentato, non in casa ne sul balcone sia chiaro, basta prendere una latta, mettere della carne ed un po’ d’acqua all’interno, lasciare al sole, le mosche depositano le uova e dopo qualche tempo avremo il nostro bigattino casereccio, vi consiglio di controllare il contenitore almeno due volte al giorno “potete anche usare le interiore di pollo”.
 
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