top

 
Web www.pescareinsicilia.it
Aggiungi questa pagina tra le preferite
 
menu
 
 
  Home  
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
  Home Tecniche Surfcasting Articoli
 
Marzo 2010 Emanuele Velardita
Pocket Beach


La piccola caletta incastonata tra alti promontori che chiudono a ferro di cavallo spingendosi verso il largo, è l’esempio più classico di pocket beach.
Ovvero, una spiaggia piccola e raccolta, spesso chiusa da alti promontori, dal disegno marcatamente curvilineo e dal fondale disseminato di buche e spesso “macchiato” da scogli sia sommersi che affioranti.
Questi particolarità, danno un’idea delle loro potenzialità e del loro atteggiamento nei confronti delle perturbazioni.
Infatti, da una parte, la ridotta superficie, non favorisce sicuramente l’entrata in pascolo dall’esterno; dall’altra, la presenza di rocce e tane, fa supporre una presenza più o meno continua dello stanziale.
In ultimo, I promontori ai lati, che spesso chiudono e ferro di cavallo, riparano lo spot dalle perturbazioni.
In pratica, anche qui il vento arriva generando l’effetto onda, ma in maniera differente alla classica spiaggia aperta, sia per via della particolare morfologia del fondale, sia, appunto, per la copertura data dai promontori.

Quando e perché.
Sappiamo che il Surf Casting, nella sua essenza, non può sottrarsi ad alcune regole fondamentali.
La prima di queste è il fattore onda che ara il fondale facendo affiorare quel pabulum che, nel tempo, è maturato sotto la coltre sabbiosa.
Il corollario è che la preda tipica del Surf, giungendo dai banchi di posidonia posti al largo rispetto all’arenile, si avvicina alla costa sfruttando i canali di entrata alla costa.
E i motivi che la inducono a comportarsi, partono sicuramente dalle maggiori possibilità alimentari che una condizione del genere crea, ma arrivano alla temperatura dell’acqua, resa certamente più mite dagli attriti generati durante la mareggiata.
Evidentemente, interpretata in questa chiave, la Pocket Beach non può rappresentare una regola ma un’eccezione.
Un’eccezione non solo perché la sua superficie limitata ed è ragionevole supporre che l’avvicinamento delle prede le interessa in maniera marginale, ma anche perché il moto ondoso che le smuove non è tale da dissodare e disegnare un fondale pregevole ed interessante.
Quanto detto non deve comunque depistare.
La Pocket è un’eccezione molto importante, poiché è a questa particolare tipologia di spiagge che il surf caster si rivolge – o è portato a rivolgersi – quando, valutate le condizioni meteo e marine, le risultanze non depongono oggettivamente a favore della spiaggia aperta.

La Strategia.
Quanto appena detto, impone chiaramente una diversa strategia d’approccio.
Saltano piè pari le certezze – ammesso sempre che di certezze si possa parlare – che riguardano l’analisi dello spot alla ricerca di segnali che scoprano i punti potenzialmente più favorevoli.
Nel nostro caso, infatti, riccioli e schiumate tracciano la mappa di un fondale dal lento e uniforme digradare ma accidentato dalla presenza di scogli di scogli, piuttosto che da buche e canali.
Inoltre, l’ampiezza limitata di un bagnasciuga dall’andamento marcatamente curvilineo ma omogeneo, completa un quadro in cui salta anche la regola de “L’ultimo frangente” per introdurre l’eccezione de “Il perimetro e le zone di pascolo”.
In questo senso, non è la distanza ma la precisione nel lancio ad avere la meglio.
Precisione, nel porre le esche ai margini delle macchie e delle schiumate e precisione nel non superare, con un perfetto quanto inutile gesto atletico, i confini di un perimetro comunque abbastanza ristretto, da battere più in largo che in lungo.
Certo non è una regola ma il risultato di uno spicciolo ragionamento.
Se l’attenzione è rivolta alla preda stanziale, che stanziale è, per definizione, sono perché ha scelto di fermarsi e vivere in quell’habitat piuttosto che in un altro, la ricerca andrebbe fatta dove è presumibile che questa possa trovare del cibo.
Quindi, innanzi tutto i margini degli scogli sommersi o che affiorano dall’acqua, oppure i lati della spiaggia in prossimità dei promontori.
In questo senso, diventa principale un corretto allestimento della postazione, con canne ben distribuite e distanziate per coprire al massimo le zone d’interesse.

Le Prede.
Si è fatto tanto parlare di prede, definendole stanziali.
Ma quali sono le specie che decidono di vivere in un luogo del genere?
Sicuri che non si tratta di enormi quantità, è pur certo che le Pocket, affrontate con metodo, riescono a regalare soddisfazioni difficilmente ripetibili in una spiaggia aperta.
Le specie che ne popolano i fondali sono poche e variano in base alle caratteristiche specifiche del fondale e dei promontori, nonché delle condizioni meteomarine.
Innanzitutto, tra le frane di schiuma che circoscrivono gli scogli, non è raro l’incontro (anche e sopratutto di giorno) con il grosso sarago in pascolo sotto di essi (nei pressi dei quali, probabilmente ha scelto anche la tana).
L’orata è sicuramente più rara, ma non impossibile, stazionando spesso all’esterno, in prossimità di eventuali banchi di posidonia.
Anche la spigola, ha una sua specifica allocazione in questo quadro.
Spesso caccia ai margini dei promontori, e non è un caso se, dai promontori stessi, viene tentata dagli spinner mentre è in caccia.
Ad ogni buon conto, è indiscutibile che, la Pocket Beach è il regno incontrastato dei grossi gronghi.
Al calare della notte, prescindendo da qualsiasi condizione di mare, iniziano a cacciare sul fondo alla ricerca di cibo e, in alcuni casi, non danno tregua alle nostre esche.
È questo il motivo per cui la Pocket Beach, rappresenta la miglior nave scuola per chi intende avvicinarsi al Surf vero, con una certa coscienza.
È su questi lidi che, infatti, si affinano quelle doti tecniche e caratteriali indispensabili, in seguito, per affrontare degnamente le spiagge aperte e le loro – altre e diverse – insidie.
Ed è qui che il surf caster navigato, ritorna quando, demotivato, ha bisogno di nuovi stimoli per rinverdire la sua passione.
Ave atque vale
Emanuele Velardita.

 
Febbraio 2010 Emanuele Velardita
Tempesta Perfetta


Affrontando il problema della scelta dello spot, si è parlato di canaloni e buche, punte e banchi, cercando capire dove si trovano e come individuarli.
Parlando di Surf Casting nel senso più tecnico del termine, ogni analisi non può prescindere dalla valutazione dell’elemento principale da cui parte quel processo di pasturazione naturale indispensabile per il successo della battuta.
Ci stiamo riferendo all’evento onda attivatosi il quale, il fondo si apre, si rivolta e smaschera i tratti più importanti.
Ed è questo evento che dobbiamo fronteggiare nella sua massima espressione, non in senso assoluto ma relativo alla spiaggia che intendiamo affrontare.

Energia della spiaggia e intensità del vento.
Posto che lo sviluppo di una mareggiata è sempre legato ad una perturbazione, ogni valutazione non può che prendere l’avvio dall’analisi della sua intensità e su come questa riuscirà a determinare l’effetto che tutti aspettiamo.
Entra in gioco, a proposito, il concetto di energia della spiaggia, intendendo in tal modo la profondità intrinseca che la caratterizza.
È intuitivo che per agitare una costa molto bassa, necessiti meno vento rispetto ad un’altra dal fondale ben più profonda rispetto alla prima.
Ciò che ci interessa, è come l’evento si presenta e quale situazione dobbiamo ritenere interessante e potenzialmente proficua per l’azione di pesca.
E questo lo scopriamo analizzando l’ultimo frangente.
Nelle spiagge a bassa energia è lontano, in alcuni casi irraggiungibile ma, man mano che l’energia del fondale aumenta tende ad avvicinarsi, fino a diventare un’unica e spettacolare onda sul gradino di risacca, tipica delle spiagge porto.
Ad ogni modo, un dato è essenziale.
Il mare da Surf, non è quello più mosso in assoluto ma quello che presenta caratteristiche ben definite e riscontrabili da un’attenta analisi delle condizioni.

Le condizioni ottimali.
A questo punto, possiamo iniziare ad abbozzare un quadro del teatro ideale, ovvero le condizioni di mare che dovremo cercare ed affrontare.
Il vento sarà, nel suo soffiare, costante e non imbastardito da raffiche violente ed improvvise.
Il moto ondoso, si presenterà formato e ben lineare, distinto da una buona ritmica con onde alte che, partendo dall’orizzonte, si inseguono mantenendosi ad certa distanza tra loro, senza accavallarsi.
In un punto ben determinato distingueremo l’ultimo frangente, mentre le onde che lo seguiranno, infrangendosi durante la loro corsa verso riva, ci indicheranno la presenza di buche, canali, punte e banchi.
Infine, l’osservazione della cresta dell’onda, ci potrà indicare l’eventuale presenza di alghe, la loro distribuzione e la loro quantità.
Questo, in sintesi, ciò che ci si aspetta di trovare quando si cerca una mareggiata interessante, e non quel caos di schiuma, alghe, acqua e sabbia, in cui le onde, confusamente, si accavallano tra di loro e il vento impedisce anche di camminare e che, troppo spesso e arbitrariamente, da alcuni viene considerato mare da Surf.

L’esposizione della spiaggia.
Quanto sin ora descritto, rappresenta il massimo delle condizioni desiderabili, in pratica, la perfezione in senso assoluto.
Ricercarle, o meglio attenderle, comporta un sacrificio non indifferente, non solo in riferimento alla casistica, ma anche, agli impegni che abbiamo, che sono tanti, diversi e spesso confliggenti con la nostra passione.
Inutile dire che, in assenza di quelle condizioni, ci si dovrà comunque organizzare.
Un aiuto fattivo ci giunge, innanzitutto, dall’esposizione della spiaggia.
Sappiamo bene che la costa non è lineare, e questo incide sull’orientamento reale delle spiagge che la compongono.
A parità di perturbazione, infatti, mentre alcuni tratti vengono investiti direttamente, altri lo saranno soltanto parzialmente e, altri ancora completamente protetti.
Stiamo parlando, in pratica, di quale orientamento ha spiaggia nel quadrante delle possibili perturbazioni, ovvero verso quali perturbazioni la spiaggia si trova indirizzata e da quali invece risulta coperta.
L’importanza del dato è basilare, non foss’altro perché, casisticamente parlando, è la condizione che spesso ci troviamo ad affrontare.
Infatti, una forte perturbazione che investe direttamente un determinato tratto crea delle condizioni spesso difficilmente affrontabili e sostenibili, se non addirittura inutili ai nostri scopi.
Ma, la stessa perturbazione non si ferma in quel tratto, e continuerà svolgere i propri effetti, seppur in maniera smorzata, anche su altri tratti non direttamente investiti.
Stiamo parlando della mareggiata riflessa, ovvero quella in cui ci si trova di fronte ad un moto ondoso, anche sostenuto, ma ben disegnata e, soprattutto, in assenza totale o parziale di vento.
E questa ,in pratica, sarà la condizione da cercare ed affrontare quando, dovendo scegliere lo spot, ci rendiamo conto che la perturbazione diretta è di intensità tale da impedire una corretta azione di pesca.

I momenti della mareggiata.
Sin ora, si è dato per scontato che, dovendo organizzare una battuta, ci si trovi sempre ad incontrare la perturbazione, nella sua integralità.
Ma non è sempre così.
Ci si può trovare, infatti, a dover affrontare due momenti che la caratterizzano, ovvero, il suo inizio e la sua fine.
Il primo, molto spesso occasionale, si presenta nel momento in cui, mentre peschiamo, assistiamo ad un mutamento repentino delle condizioni climatiche.
Sta iniziando una mareggiata ed è un momento importante e molto interessante sotto molti aspetti, soprattutto se coincidente con il cambio di marea.
Infatti, mentre quest’ultimo ci assicura una corretta differenziazione delle correnti, la perturbazione nascente innesca l’evento onda che tutti sperano di poter affrontare.
In base alla situazione, non è uno stato destinato a durare nel tempo.
Nell’arco di un paio di ore, la mareggiata può abortire o peggiorare drasticamente; ma non sono certamente da sottovalutare, rappresentando molto spesso, due ore intense di emozioni e generose in termini di cattura.
Diverso approccio invece, si ha nei confronti della scaduta, ovvero il momento in cui, finita la perturbazione, il mare continua a scaricare l’energia accumulata fino allo sfinimento.
Può durare giorni oppure soltanto poche ore; tutto è legato all’intensità della perturbazione e all’’energia della spiaggia.
Rimane sempre - soprattutto se si ha la fortuna di trovarsi al suo inizio – un momento magico, poiché, pur mancando il vento, l’onda continua a muoversi, dando spazio alle correnti e continuando a mantenere in sospensione quel sedimento organico tanto importante per la pasturazione.

Conclusioni.
Quanto sin qui esposto, tratteggia le linee essenziale di ciò che potremmo definire le una mareggiata positiva.
È dato di fatto, però, che non tutte le perturbazioni provenienti dai quadranti principali hanno le stesse ripercussioni sul mare.
Alcune sono foriere di alghe, altre creano una combinazione di correnti che chiudono il fondale piuttosto che aprirlo; altre ancora, nel loro perdurare, depositano a riva tutta la materia accumulata dall’onda, creando uno sbancamento che azzera ogni profondità.
Capire e saper scegliere la giusta strada, non può essere materia da trattare qui.
È la nostra esperienza a darci un corretto metro valutativo circa le potenzialità di ciò che a cui stiamo assistendo.
E l’esperienza nasce, e non ci stancheremo mai di ribadirlo, dall’osservazione dei fenomeni, dalla convinzione che, se a tutto c’è un perché, l’imperativo è riuscirlo a trovare, ma soprattutto dalla consapevolezza che non è l’estremo che dobbiamo cercare ma ciò che realmente è capace di esaudire un sogno.

Emanuele Velardita
 
Dicembre 2009 Tino Parisi
I magnifici 5


Questa volta,farò una carrellata dei pesci che più di frequente incontriamo o che vorremmo incontrare,attaccati ai nostri uncini.Eviterò comunque di trattare le caratteristiche morfologiche,in quanto penso che basti guardare una foto per conoscere un pesce oltre a tralasciare i nomi in latino che,se non per interesse culturale ,a poco ci servono.Fermo restando che ognuno ha la propria esperienza,ci sono delle cose che,magari,qualcuno non sa,che magari trascura durante una battuta,cercherò di darvi un articolo che sìa comunque un valido vademecum e che potrebbe dare importanti spunti di discussione sul nostro forum.

Il Sarago
Ecco uno dei pesci più famosi delle nostre coste,il pesce che tutti conoscono,quello che tutti hanno almeno una volta catturato,anche solo in formato “medaglia”.Dalle coste italiane,possiamo catturare ben 5 specie di sarago,comunque appartenenti alla stessa famiglia,ovvero il sarago maggiore,il sarago sparaglione,il sarago fasciato,il sarago pizzuto ed il sarago faraone.Il maggiore,o reale,è il sarago per eccellenza,quello che viene subito in mente quando si sente parlare di saraghi.Popola i fondali misti sìa a poca distanza da riva come a profondità elevate(ma non troppo),specialmente sulle secche.Pascola sulle praterìe di poseidonia e dentro le spaccature della roccia,dove trova facile rifugio.In certe situazioni lo si può trovare anche sulla sabbia.E’ a suo agio nelle correnti di una mareggiata come lungo le murate dei porti.Generalmente gli esemplari più grossi,quelli con i denti gialli si catturano di notte,i giovani da pochi etti anche di giorno e sono relativamente facili da fare abboccare.Generalmente il peso non supera il kilo (ed è già un ottimo peso),ma sono stati catturati esemplari prossimi al kilo e mezzo.La taglia media si aggira sui 500-600 gr.Si muove in branco e mangia qualunque cosa gli possa entrare in bocca o comunque possa frantumare con i denti.Buone esche sono tutti i bivalvi,il bibi,tutti i vermi,rimini compreso,non disdegna la sarda e i piccoli tranci in genere,ghiotto anche di bigattino.Possiede degli incisivi del tutto simili a quelli umani.Lo si può catturare con la quasi totalità delle techniche,si è persino catturato a spinning,anche se raramente.Entra in pastura abbastanza facilmente.Non esita a seguire la scia di pastura fino in superficie.Si riconosce dalle strisce verticali sul corpo argenteo e dalla macchia nera sul peduncolo caudale.Il sarago sparaglione è il fratello povero della famiglia.Frequenta gli stessi habitat del maggiore,ma raggiunge dimensioni ben più piccole,generalmente non supera i 400-500 gr.La taglia media si attesta sui 200-300 gr.Onnivoro anche lui,lo si riconosce per una colorazione leggermente giallastra e per le strisce poco pronunciate.Il fasciato,o testa nera,o monaco,frequenta gli stessi spot e segue la stessa dieta degli altri saraghi.Lo si riconosce per la caratteristica di avere 2 grosse fascie nere sui fianchi,una presso la testa,una verso la parte finale del corpo.Sembra sìa sempre a dieta,infatti paragonato ad un maggiore di pari lunghezza,pesa quasi la metà,è sempre piuttosto sottile.Il sarago pizzuto,frequenta generalmente i porti,luoghi in cui trova il suo cibo preferito:l’alga che cresce attaccata alle pareti sommerse.E’ abbastanza raro e possiede come segno distintivo un muso piuttosto appuntito e sporgente.Il peso si aggira solitamente sui 500 gr,ma ne vidi uno di circa 1.300 gr sul banco di un pescivendolo ganzirroto.Il faraone è il gigante della famiglia,onnivoro,lo si trova generalmente intorno alle secche al largo,abbastanza raro anche lui,raggiunge i 3 kg e presenta delle fascie verticali abbastanza spesse oltre ad una bocca munita di labbra carnose.
A fattore comune,l’abboccata viene segnalata da ripetuti colpi alla cima ed il combattimento,effettuato sul fondo,prevede delle trazioni e potenti testate,in relazione alla taglia.

L’Orata

Da tanti definita la regina del mare,l’orata è il pesce che più di tutti rappresenta la pesca a fondo medio-pesante.Corpo e testa massicci,mascelle in grado di spappolare qualunque tipo di valve o conchiglia(murice compreso),l’orata ama pascolare su ogni tipo di fondale,sabbioso,misto,roccioso,poco le importa,basta che trovi qualche bivalve,granchio o altro organismo marino da mettere sotto i denti.La si può anche trovare nei grandi porti.Solo i fondali pietrosi la vedono raramente passare.Le orate di piccola taglia,sono abbastanza facili da catturare,abboccano a qualunque cosa,un po’ meno quelle dal kilo in su.Fino alla taglia di circa 1 kilo-1 kilo e mezzo,vive imbrancata,superate queste pezzature diventa solitaria o,tutt’al più gira in coppia o in trio.Raggiunge la taglia di circa 10 kg,anche se esemplari di tale mole sono rarissimi.Nel lago di Ganzirri(Me),ne fù trovata una morta che raggiungeva quasi gli 11 kg di peso.Una volta catturata oppone una ferrea resistenza,avendo anche una certa fantasìa nel combattimento,che comunque viene effettuato a stretto contatto con il fondo.Genralmente si difende con potenti testate e fughe di breve durata ma di una certa potenza,cerca gli appigli su cui magari incidere e spezzare il terminale.Capita anche che si fermi,offrendo un fianco alla trazione,impuntandosi sul fondo.L’abboccata,sulla canna può venire segnalata in più di un modo,con una forte trazione,con la lenza in bando,con dei leggeri colpetti o trazioni che ne possono tradire la stazza Questo se parliamo di esche morbide,che l’orata mangia come qualunque altro pesce,Il discorso cambia innescando bivalvi chiusi o granchi di sabbia.in questo caso l’orata,prende il boccone in bocca lo schiaccia e lo sputa,lo riprende in bocca e,masticando si inizia a muovere,se sente la minima trazione sputa tutto e arrivederci.L’orata si avvicina a terra dalla primavera in poi,la si cattura durante le calde giornate primaverili ed estive e fino a quando la temperatura resta mite,in aprile-maggio e settembre ho catturato gli esemplari più grossi,ma non è una regola.Solitamente gli esemplari più grandi si catturano dalle lunghe e solitarie spiaggie sabbiose.Ottimi orari sono l’alba,il tramonto e le ore centrali della giornata.Ama l‘acqua calma e il sole in cielo.E’ un pesce abitudinario e metodico,frequenta sempre le stesse spiaggie,spesso mangia agli stessi orari ed è importante trovare l’esca che funziona meglio in una determinata spiaggia,che solitamente ne riflette la presenza in natura.E’ un pesce sospettoso,se l’innesco non la convince,dopo una rapida occhiata si allontana inesorabilmente.E’ consigliabile combatterla fuori e portarla a terra quando è stanca,altrimenti risulta abbastanza difficile farla venire fuori,perché una volta arrivata in acqua bassa,combina il finimondo e,spesso,riesce a riguadagnare la libertà.Attenzione a non avere fretta,una volta vista la corona d’oro che le cinge la fronte e le macchie rosse e/o nere sugli opercoli,l’emozione gioca brutti scherzi.consiglio caldamente di usare ami beack di provata robustezza,spesso riesce a spezzare anche ami in acciaio.Cambiamolo dopo ogni cattura.Non scendiamo sotto lo 0.30 come finale,un orata da 1.500 gr sul misto con uno 0.22 ci si pulisce solamente i denti.Le esche da dedicarle sono le stesse gradite dai saraghi,con l’aggiunta del formaggio.


La Spigola

Ecco il pesce che più spesso popola i sogni dei pescatori di qualunque età.Pesce molto vorace ma assolutamente non stupido,frequenta tutti,ma proprio tutti gli ambienti marini,con una certa predilezione per quegli spot frequentati da cefaletti e minutaglia in genere,di cui è ghiotta.Da giovane vive in piccoli branchi e s’imbranca anche ad altri pesci,anche i cefaletti che,da grande,diventeranno il suo pasto,come un lupacchiotto in un gregge di agnellini.La si può catturare con qualunque tecnica a seconda del periodo e delle condizioni meteo marine.Ama tendere agguati nascosta dentro la schiuma,dietro una roccia o un avvallamento del fondale,il suo periodo è prevalentemente l’inverno,anche se si inizia a vedere già dall’autunno,quando si avverte il primo freddo.Si nutre di tutto,ma proprio di tutto,topi e lucertole compresi,che trova negli stagni salmastri e nei pressi delle scogliere artificiali.La si trova,come gia detto,dappertutto e quando meno te lo aspetti può abboccare anche ad un arenicola innescata su un amo del 9 e non è detto che sìa un piccolo esemplare.Quando arriva,i cefaletti terrorizzati schizzano fuori dall’acqua terrorizzati,nella speranza di sfuggire alla sua enorme bocca.Ama le perturbazioni ed il tempo instabile,i crolli barici sono per lei la campanella per il pranzo.Sopporta variazioni di salinità anche importanti,infatti la possiamo ritrovare all’interno delle foci dei grandi fiumi che risale senza problemi anche fino ad essere distante chilometri dal mare.Non ama particolarmente le notti con luna piena e preferisce cacciare negli orari prossimi all’acme di alta marea.E’ comunque un pesce molto furbo,il difficile è farla abboccare,se qualcosa non la convince,difficilmente mangerà la nostra esca,qualunque essa sia,il combattimento non presenta grosse difficoltà.Raggiunge e supera i 10 kg,ma già esemplari superiori ai 5-6 kg sono abbastanza rari.Gli esemplari giovani non hanno problemi ad aggirarsi nell’impianto da surf,i pezzi grossi non amano molto la turbolenza e cadono spesso su esche poggiate staticamente sul fondo.E’ da sondare,durante la ricerca della spigola,qualunque spot in cui si abbia la presenza di minutaglia,o dove ci sia uno sbocco di acqua dolce anche se piccolo,come anche le imboccature dei porti e le invasature,come anche le scogliere naturali e/o artificiali.E’ un pesce territoriale,occupa e difende una porzione di spiaggia o uno scoglio,lo si nota particolarmente pescando a spinning,quando minnow da 13 cm,vengono attaccati da spigole da 15 cm.Parliamo di esche.Qui il discorso potrebbe essere infinito,ma partiamo dalla pesca con il vivo,in cui innescare un cefaletto,un anguilla(a trovarla),un occhiata,una salpa,può essere la scelta vincente,ma in mancanza di ciò,qualunque pesce foraggio può andare bene.Inoltre,una vera leccornìa è la seppia viva,difficile da trattare ma spettacolare nella resa.Tra le esche morte,annoveriamo i tranci di pesce e di cefalopodi,ma anche con i vermi e con il bibi si possono ottenere buoni risultati,come anche con il bigattino ed in determinati spot anche con il saltarello coreano innescato intero,appuntato per la testa e lasciato in corrente.Da non trascurare anche il gamberetto vivo,per me l’esca regina nella pesca a spigole con la bolognese.In ultimo,ma non per importanza,la sua cattura si può tentare a spinning,con minnow e specialmente silicici,se lo spot e le condimeteo lo consentono.Vi consiglio di evitare di fare gli splendidi mettendo le mani dietro le branchie e sollevando il pesce,ne ricavereste solo qualche bella ferita.


La Mormora

Questo è invece il pesce che più di tutti viene in mente quando si pensa ai fondali sabbiosi,il grufolatore per eccellenza,si nutre di tutti i piccoli invertebrati che riesce a trovare scavando con il suo appuntito muso nella coltre sabbiosa.La si può comunque trovare anche su fondali a grana grossa e raramente su fondali misti.Vive in branchi composti da esemplari della stessa taglia,ma capita spesso di trovare in testa al branco un esemplare di taglia maggiore.Il branco si muove avanti indietro,sia verso riva e largo che a destra e a sinistra.Alla fine dell’estate si possono notare enormi branchi di mormore in atteggiamento insofferente popolare anche gli strati d’acqua distanti dal fondo.Solitamente la si pesca a fondo con travi scorrevoli o fissi,ma sempre muniti di terminali lunghi e sottili,recanti piccoli ami leggeri guarniti con arenicola,l’esca regina per la cattura di questo sparide.Predilige la bella stagione,ma buone catture si hanno anche con il freddo,minore quantità ma pezzature più elevate.La si può prendere anche in condisurf,a patto di pescare fuori la turbolenza,che non ama particolarmente,la scaduta è il momento migliore,la catturiamo anche sotto i piedi.I momenti caldi sono l’alba e il tramonto in condizioni di calma.Non c’è una distanza di pesca,dipende dal posto,dal momento,dalla condizione,dall’andamento stagionale ecc,mai come in questo caso,per realizzare catture multiple è necessario intercettare la rotta di pascolo,che può essere a 10 metri da terra come ad oltre 100 metri.E’ un pesce abbastanza furbo,difficilmente abbocca ad esche innescate in malo modo e/o presentate in modo ancora peggiore,è capace di sputare l’esca anche quando l’ha già presa in bocca,se solo sente che il verme,magari a causa dell’amo,ha un peso diverso dal quale lei è abituata.L’abboccata viene evidenziata con leggere flesssioni della cima della canna o dalla messa in bando della lenza,in rari casi anche con colpetti.Le esche migliori,sono in linea di massima i vermi,tra cui primeggiano le varie arenicole,sia quelle vendute nei negozi che quelle reperite sui luoghi di pesca che, seconda della zona,assumono nomi particolari,seguite dalle varie tremoline e da tutti gli altri vermi,che comunque rendono meno.Un posto particolare lo meritano il bibi e l’americano che,spesso e volentieri,regalano gli esemplari più grossi.Il combattimento non presenta grosse difficoltà.



L’Ombrina

Ecco un altro bellissimo abitante del nostro mediterraneo,l’ombrina in certe regioni è poco o addirittura per niente diffusa,quella di grossa taglia rappresenta il sogno nel cassetto di molti surfcastmen e paffaroli.E’ il più grosso grufolatore del nostro mare,arrivando a superare i 10 kg,ma un pesce che superi i 5 kg è già fuori norma ed una cattura di 3kg è già una bellissima soddisfazione anche per la potenza che sprigiona una volta allamata.Contende all’orata il titolo di miglior combattente.Il suo habitat è costituito dai fondali sabbiosi e fangosi,in cui con il suo muso protrattile cerca gli organismi che compongono la sua dieta,ama l‘acqua salmastra e la possiamo trovare a pascolare dentro le foci dei grandi fiumi.Si nutre di vermi,bibi,cannolicchi e non disdegna granchi e bivalvi.Fisicamente si presenta come una sorta di grossa triglia,dal colore argenteo e dai fianchi percorsi da venature giallastre.Gli esemplari giovani,vivono in branco,in certe regioni sono addirittura più presenti delle mormore,gli esemplari dal kilo in su diventano solitari e si catturano prevalentemente da settembre in poi,solitamente a notte fonda e alle prime luci dell’alba.Ama le onde,ma contrariamente agli altri grufolatori non teme la turbolenza,sempre con i dovuti limiti imposti dall’apparato boccale,che comunque non gli permette di afferrare organismi in “volo”,ma di raccoglierli dal fondo aspirandoli,quindi o la cerchiamo nelle aree meno turbolente o aspettiamo la scaduta.E’ un pesce mediamente furbo,il comportamento è assimilabile a quello della mormora.Mentre attendiamo l’abboccata dell’ombrina,non perdiamo d’occhio le canne,l’abboccata viene segnalata da una trazione della cima,che se l’ombrina è di una certa mole,non ci mette tanto a far ribaltare il nostro caro tripode o piegare il nostro picchetto,se non robustissimo.Il combattimento è una serie di fughe potenti e continue trazioni,oltre che a frequenti puntate verso il fondo,non è facile tenerle testa se di grossa mole.Purtroppo è un pesce sui cui si sa poco,non si prestabilire una metodica stagionale(tipo orata),è capitato di prenderle di giorno ad agosto e di non prenderne nel suo periodo clou,l’autunno.L’ombrina di taglia è comunque una preda abbastanza rara,se non siamo in Corsica.



Spero che queste quattro righe sìano state di vostro gusto,certo non ho detto tutto quello che c’è da dire,d’altronde non so ne tantomeno posso sapere tutto,ma siccome non si finisce mai di imparare e confrontando le esperienze si può imparare molto di più,spero che la trattazione di questi 5 pesci non finisca qui.


Tino Parisi-fumo78
 
Ottobre 2009 Nello Cataudo
Coaster in Nylon occhio al taglio


Quest’anno ho voluto provare l’esperienza delle ripartite due pezzi e mulinelli rotanti. Come al solito, le pretese erano tante, ma le possibilità limitate. Non si poteva spendere un capitale per averle. Ho atteso quindi con pazienza un’occasione giusta. Alla fine per le canne mi è capitata un’ottima offerta di usato sulle pagine del nostro mercatino, e poche settimane dopo, per i mulinelli sono riuscito ad “accaparrarmi” una buona ma non rara promozione sul nuovo, del nostro amico Niky1606. Con “appena” 550€ mi sono ritrovato in possesso di una coppia di canne con relativi mulinelli.
Purtroppo mancavano ancora i coasters. Non riuscendo ad avere uno spiraglio di tempo per andare ad acquistarli (il primo negozio più vicino ad averli era a 50 km da casa mia, solo andata), li ho presi direttamente alla Breakaway in Inghilterra, assieme ad altra merce. Il tutto mi è stato consegnato nel volgere di alcuni giorni, ma sopratutto fino a domicilio.
Appena arrivati, li inserisco sul fusto della canna e fisso i mulinelli. Con la forbice in mano, un istante prima di tagliare i due peduncoli d’eccedenza, mi faccio una domanda: “Vuoi vedere che la lunghezza di questi due spezzoni, messi insieme, farebbe una fascetta di ricambio?”.
Sfilo le fascette dalla loro sede e le inserisco nuovamente, ma stavolta in maniera asimmetrica, facendo capitare l’eccedenza tutta da un lato. Mi basta meno della metà della sua lunghezza per ricavarmi il collare a misura, considerando anche il margine necessario per sfilarlo dal fusto della canna senza dover rimuovere il tappo sul tallone.
Soluzione finale adottata:
Si taglia una fascetta a metà e si utilizzano le due parti sulla coppia dei coasters. L’altra rimane messa da parte come ricambio, tanto se qualcosa dovesse rompersi in futuro, sarà proprio questa, ma non il gruppo di serraggio.
E’ opportuno precisare che i coasters in oggetto li ho applicati sul manico della Fireball S1, che misura in quel punto 24mm di diametro, ma tale operazione va bene anche per fusti Ø27 o superiori.
Adesso, agli addetti ai lavori potrebbe spuntare un tenero sorriso sulle labbra, in quanto la mia “scoperta” può essere paragonata “all’invenzione dell’acqua calda”, ma per quanti si apprestano, come è capitato a me, per la prima volta a tagliare le due eccedenze sui coasters può essere invece un prezioso consiglio. Con questo semplice stratagemma si ha infatti la possibilità di ricavare qualche fascetta di ricambio a costo zero, che un giorno potrebbe tornare utile, soprattutto se tenuta nella cassetta che portiamo a pesca.
 
Giugno 2009 Emanuele Velardita
Scelta della postazione


Attrezzature da migliaia di euro, tecniche di lancio perfette e lunghissime distanze, le migliori esche, non possono nulla se la scelta principale si rivela sbagliata.
Stiamo parlando dello spot, della spiaggia che per quell’occasione ci vedrà protagonisti, vincitori o sconfitti, a seconda che la scelta si riveli azzeccata oppure no.
Morfologia del litorale.
Parlando di spiagge piccole, il discorso è molto semplice poiché con due, massimo tre attrezzi, si riesce spesso a coprire tutto il tratto di costa antistante, variando poi le distanze sui punti che riteniamo più favorevoli.
Il discorso cambia radicalmente se ci troviamo alle prese con una spiaggia lunga.
La lunghezza del litorale, sicuramente amplia le possibilità di cattura ma, esponenzialmente, aumenta anche il rischio di scegliere una postazione sbagliata.
Bisogna, dunque, saper individuare i punti interessanti e distinguerli da quelli sterili.
Alto e basso fondale.
Sappiamo benissimo che l’onda per assumere la forma che tutti conosciamo, ha bisogno di infrangersi contro un ostacolo che ne rallenta la corsa, facendola rivoltare.
Se osserviamo una mareggiata notiamo che, il susseguirsi dell’infrangersi delle onde, non è simmetrico, ma mutevole.
In pratica, l’onda, che giunge intera, infrangendosi si spezza in due o più segmenti.
La verità è che si dovrebbe entrare nell’ordine delle idee che il fondale antistante, che si sviluppa dal bagnasciuga e si allontana verso l’orizzonte, non è un’immensa distesa di sabbia uniformemente in declivio, ma è un vero e proprio labirinto di piazzole e tratti più o meno scavati.
Stiamo parlando di secche, punte, canali e buche, intendendo con tali termini, le zone di alta e di bassa profondità, che disegnano il fondale.
Sono queste zone che, quindi, in base alle condizioni del mare – influenzate in generale dal clima e nello specifico dal vento – ci indicano con una certa approssimazione le possibilità di pascolo delle specie da predare.
Il problema nasce su come individuarle e, dunque, sfruttarle al meglio.
Insenature, punte e tratti rettilinei.
Se l’osservazione del fenomeno onda ci indica la zona ma soprattutto le distanze cui si trovano le zone maggiormente interessanti, è un’attenta analisi del bagnasciuga che ci permette di tracciare una mappa abbastanza chiara del della situazione, indicandoci l’esatto punto dove allestire la postazione.
L’osservazione del disegno della spiaggia, infatti, ci permette di individuare i punti di maggior profondità antistanti e, soprattutto circoscriverli, distinguendoli dagli altri meno profondi.
A ben vedere infatti, il disegno non è mai uniforme, ma frastagliato e da subito possiamo distinguere delle rientranze, delle strette lingue di sabbia che si innestano verso il largo e dei tratti rettilinei più o meno estesi.
Come interpretare tali elementi?
Cerchiamo di dare una linea di massima.
Il tratto rettilineo, ci indica che ci troviamo di fronte uno bancone di sabbia.
Il fondale è molto basso, pieno di schiuma.
lontano da noi, inizia a degradare verso il fondo nel punto in cui finisce la schiuma e si intravede il mare aperto.
La sua superficie è decisamente estesa ed il punto di frangenza tanto lontano da esser veramente difficile superarlo.
Diverse sono le insenature.
Queste ci indicano la presenza di un canale, più o meno profondo, scavato dalla mareggiata.
L’impressione è che il canale cammini parallelamente alla battigia e, in alcuni casi – come nel caso delle spiagge medio/piccole, spesso caratterizzate da un’unica insenatura – effettivamente è così.
Solitamente invece, la realtà è che, per quanto esteso il canale possa essere in lunghezza, il suo sviluppo avviene sempre in maniera perpendicolare rispetto al bagnasciuga.
Elementi importanti da valutare, in questo caso, sono la profondità dell’insenatura e la sua ampiezza, che ci indicheranno larghezza e profondità del canale antistante.
Di norma, alla luce della maggior profondità generale, è il tratto di spiaggia maggiormente interessante e, piazzarsi al centro dell’insenatura di fronte ad una frangenza dalla distanza accettabile e raggiungibile, può rappresentare una scelta intelligente ed oculata, se non addirittura, obbligata.
Ma, a ben pensare, potrebbe rivelarsi una buona strategia porsi alla fine del canale, lanciando le nostre insidie dove è presumibile che, la corrente, abbia trascinato e accumulato gli elementi organici che rappresentano la naturale pasturazione indispensabile per la cattura.
È a questo punto che bisogna parlare della punta, ovvero sia quel tratto che ci indica il confine tra un canale e l’altro (che sia l’inizio o la fine lo decideremo in base alla corrente) oppure, tra un canale e un banco di sabbia, e che si identifica come una stretta lingua di sabbia che si innesta in mare.
Affrontarla piazzandocisi sopra - pur rappresentando una possibilità interessante quando, decorsi molti giorni da una mareggiata, il fondale si è solidificato e l’acqua è ferma - non è semplice.
Di norma, dunque, bisogna intenderla per quello che è, ovvero la delimitazione di un confine, conoscendo il quale possiamo decidere dove pescare e quale strategia attuare.
Deposito detritico e gradoni
Ad aiutarci nel raffinare la scelta, giungono altri indizi, certamente interessanti.
Parliamo soprattutto dei depositi detritici e dei gradoni, che si possono apprezzare lungo l’arenile e sul bagnasciuga.
I primi, ovvio risultato della combinazione di mareggiata di forte entità e alta marea, sono rappresentati per lo più dai cumuli di alghe che possono assumere sembianze differenti, ognuna delle quali indica una morfologia del fondale ben precisa.
Spesso sono cumuli lunghi quanto il canale, ammassi piatti di volume spesso notevole, altre volte, invece si presentano a chiazze simili a piccole montagne molto concentrate che si trovano, spesso, ai lati di un’insenatura.
Le prime sono l’indizio della presenza del primo canale, e il loro volume ci da qualche indizio circa la sua profondità; le seconde invece, indicano la presenza di una buca all’interno del canale (situazione tipica soprattutto delle spiagge a bassissima energia).
Quest’ultima, altro non è che un avvallamento molto profondo, dal perimetro circoscritto, , individuabile anche da una massa schiuma che lo circoscrive, creato dal vortice che, in alcuni casi, si crea dall’unione delle correnti primaria e secondaria.
È un punto che può rivelarsi molto interessante per la pesca e molto pericoloso per i bagnanti (per via dei tristemente noti mulinelli), poiché al suo interno le correnti rimangono bloccate e scorrono in circolo, creando vortice che scava quel determinato punto facendo affiorare il sedimento organico.
Riguardo al gradone di risacca, si rivela molto interessante perché ci indica la profondità del primo canale, quello immediatamente successivo al bagnasciuga.
Nonostante si tratti di un elemento di interesse generale, a mio avviso, la sua valutazione risulta di una certa importanza nell’analisi delle spiagge ad energia medio/alta.
Il motivo è molto semplice.
Formandosi dal deposito di sabbia rilasciata dall’onda di risacca, un gradone appena accennato in una spiaggia a bassa energia non può far presagire una profondità interessante, ma un solco appena accennato e di normale routine.
Diversamente accade nelle spiagge di media profondità e soprattutto in quelle molto profonde, in cui un gradone di un certo rilievo tradisce certamente una certa profondità iniziale e, quindi, potenzialmente proficuo e decisamente da tentare.
Emanuele Velardita.

 
Aprile 2009 Emanuele Velardita
I piombi nel Surfcasting


Elemento imprescindibile da cui dipende il corretto funzionamento di tutto l’impianto di pesca, il piombo, nella sua forma e peso, rappresenta una scelta importante, da valutare attentamente in dipendenza di tutte le variabili in gioco.
Rinviando ad un secondo momento l’analisi riguardo al suo peso, bisogna soffermarci sulla sua forma, cercando di dare un corretto quadro circa le funzioni cui deve adempiere.
Distanza e tenuta.
La funzione del piombo è ciclica; inizia con un lancio e si conclude con un recupero.
Ed è durante questo excursus, per altro ripetitivo, che il piombo incontra quegli ostacoli che ostano al corretto svolgimento del suo mestiere, ovvero quello di portare un’esca ad una certa distanza e tenerla ferma in quel punto, fino a che noi non decidiamo di recuperarla.
Stiamo parlando del volume dell’esca, del vento, della corrente, del fondale, quali elementi in grado di turbare il piombo durante il lancio, la discesa e lo stazionamento, a maggior ragione se la forma che abbiamo scelto non è adeguata allo scopo.
L’intuito non supportato dall’esperienza, ci induce a ritenere valido, un piombo dalla forma a proiettile, lunga e molto affusolata.
Una forma tipica, tra l’altro, dei piombi definiti da “tournament”, ovvero quelli da pedana.
L’esperienza insegna, invece che un piombo di tal foggia, a nulla serve se sottoposto agli stress di cui sopra abbiamo fatto cenno.
Semplificando, da una parte si rivela sensibilissimo al vento frontale e laterale (che praticamente lo fa impennare e scodinzolare) dall’altra, crea una scia all’interno della quale è difficile contenere qualsiasi esca, se non addirittura la stessa clip.
Inoltre, l’aver un peso distribuito su una superficie estesa, lo fa affondare lentamente, rendendolo sensibilissimo alla corrente e totalmente insensibili all’infossamento.
Potremmo continuare, ma già questo basta a farci desistere dal suo utilizzo.
Il piombo da pesca, invece, pur non potendo prescindere da una certa aerodinamicità, per superare quegli ostacoli, necessita di forme più tozze e compatte, magari spigolose, con un baricentro spostato in avanti.
È il caso, giusto per mantenerci nel generale, di piombi come il Beachbomb e l’Aquapedo.
Il primo, ha la caratteristica forma ad ovetto, che lo rende insensibile al vento e veloce nell’insabbiamento.
Il secondo, invece, è una riqualificazione della forma tournament in chiave alieutica; leggermente più corto, si presenta appesantito in testa e rastremato in coda, nonché, soprattutto, caratterizzato da una particolare sezione quadrata, che lo rende praticamente insensibile al rotolamento e ottimo per la tenuta.
Quanto appena detto, comunque non deve ingannarci.
Piombi di questo genere, se da un lato si rivelano ottimi nelle condizioni di utilizzo normali, trovano il loro limite quando il gioco si fa duro e le condizioni diventano estreme, come nel caso in cui ci troviamo nel bel mezzo di una mareggiata.
In casi di questo genere, nessuna forma riesce a trattenere il fondo, se non quella dal profilo adeguato, che, per una serie di motivi facilmente intuibili, ci costringerà a rinunciare alla distanza per favorire l’assetto in pesca, ancorarsi al fondo in maniera salda.
Stiamo parlando, manco dirlo, delle piramidi a base quadrata e, più limitatamente, dei coni.
Piombi dall’aspetto rude e grossolano, facili all’insabbiamento e difficili da scalzare, a meno che non vengano continuamente smossi con una certa frequenza.
Piombi tecnici, quindi, da relegare a quelle condizioni di cui già si è fatto cenno, e che prevedono tutta una serie di scelte precise, in termini di diametri in bobina e attrezzi, che dovranno essere robusti e potenti, pena la rottura ad ogni tetativo di recupero.
Sfere e Spike.
Quanto appena detto, rappresenta l’estremizzazione di due concetti e necessità, quello di distanza da una parte e di tenuta dall’altro.
tra questi due estremi, esiste, comunque, un campo che potremmo definire medio, in cui trovano un giusto inserimento due piombi molto particolari quanto utilizzati, la sfera e lo spike.
La prima, è praticamente una palla con occhiello.
La forma la rende particolarmente adeguata alla tenuta ma, allo stesso tempo, non fa perdere speranze in termini di distanza.
È un piombo storico - in passato unico piombo usato insieme alla piramide - da utilizzare in quelle situazioni in cui sentiamo la necessità di una forte tenuta, non vogliamo (o non possiamo) rinunciare alla distanza ma i piombi filanti non ci garantiscono un corretto assetto.
Di tutt'altra natura, invece è lo spike.
La base è quella del piombo da distanza, a cui vengono aggiunte delle protesi che servono ad aumentarne la tenuta, senza precluderne la stabilità nel lancio.
Sembrerebbe il piombo “ideale” sotto tutti i punti di vista, in grado di volgere a nostro favore qualsiasi situazione e soprattutto di garantirci distanza anche nei casi limite, se non fosse che va incontro ad un grosso limite, ovvero, la difficile esecuzione di lanci con partenza da terra tipo ground.
un problema comunque risolvibile, sagomando adeguatamente le protesi oppure imparando a lanciare con piombo sospeso senza precludere il caricamento corretto dell'attrezzo.
Emanuele Velardita.

 
Marzo 2009 Massimo Saija
Il Fluocarbon nel Surfcasting


In queste poche righe cercheremo di capire cos’è il filo al Fluoro Carbon ed il suo utilizzo nel Surf Casting. Ricordandoci che nella pesca nulla è scontato, è l’esperienza a dare i migliori risultati. Con le parole che sto per scrivere voglio solo dare un invito alla riflessone e non dettare delle definizioni.
Iniziamo con il definire cosa si intende per Surf Casting in modo da separare questa disciplina dalle altre pratiche di pesca a fondo dalla spiaggia. Il SC si pratica in condizioni di mare mosso o molto mosso con un regolare movimento di onde più o meno intenso. Queste particolari condizioni fanno sì che nel fondo si crei una certa turbolenza, la quale scopre molto materiale organico, questo depositandosi nei punti di minore corrente, forma il famoso deposito organico che mette in movimento il pascolo dei pinnuti da noi tanto amati. Quindi spesso ci troveremo a pescare in acque velate, poco torbide o torbide.
Dopo avere fatto questa breve premessa sul SC andiamo a capire cosa sia il filo al Fluoro Carbon. Questa particolare tipologia di monofili che troviamo in commercio da diverso tempo ha, grazie alla sua particolare composizione chimica nella catalizzazione molecolare, un indice di rifrazione della luce molto basso, in parole povere la luce riesce a passarci dentro come in un vetro, diventando quasi invisibile in acqua. A questo punto ci si chiede dove sta il trucco, infatti anche se la tecnologia va sempre avanti questo tipo di filo ha dei carichi di rottura inferiori a parità di diametro rispetto hai comuni fili ed inoltre risulta essere più rigido.
Nel Surf Casting l’uso del FC suscita diverse domande date le particolari condizioni di pesca. Certamente quando ci dedichiamo al mare mosso dove ci necessitano spesso zavorre superiori hai 170 gr di certo non possiamo usare per i nostri finali dei fili sottili che andrebbero subito a formare una piccola pallina attorno al trave, ma dei diametri più robusti diciamo dallo 0,40 a salire. A questo punto dati i diametri elevati,l’uso del FC potrebbe darci delle maggiori possibilità di cattura????
Se il mare si presenta torbido la luce non riesce a penetrare dalla superficie in modo forte, quindi già a due mt di profondità ci troviamo come se ci fosse forte nebbia! Ne consegue che l’uso del FC non è strettamente necessario. Si può trovare il giusto compromesso con un comune monofilo. Viceversa se ci trovassimo in una condizione di scaduta con il mare che tende a perdere forma, in questo caso la turbolenza diminuisce eliminando pian piano l’effetto nebbia. Ne consegue che usare il FC potrebbe portarci ad una cattura. Dobbiamo anche tenere in considerazione la presentazione dell’esca. Il FC come abbiamo detto precedentemente presenta una rigidità maggiore,( questa la si può notare facilmente mettendolo a confronto con un un filo comune) diminuendo la mobilità dell’esca. Se stiamo cercando il grande predatore e quindi abbiamo innescato un trancio voluminoso o una sardina intera, la rigidità la si può tranquillamente trascurare, la pesantezza dell’esca fa tutto. Viceversa se stiamo cercando il pesce di taglia media usando americani o bibi per esempio, si deve tenere in considerazione che la rigidità del filo potrebbe presentare l’esca come messa in uno spiedino per braciole. Facendo adesso un accenno alle battute in notturna, la luce non c’è! Tranne nelle notti di luna piena e cielo libero, ma nelle migliori delle ipotesi non è sufficiente a penetrare l’effetto nebbia provocato dalla turbolenza, qui sta ad ognuno di noi decidere se usare o non il FC .
In commercio esistono moltissime tipologie di FC, anche nella versione morbida. Bisogna cercare di capire quale sia il più indicato alle nostre esigenze di pesca, ai mari dove andiamo più comunemente. Ritornando alle prime parole, sono esperienza, costanza e conoscenza dei posti le armi migliori per potere portare a termine una battuta in modo positivo, tutto il resto è solo un contorno che possiamo variare sempre. Nei miei spot per esempio, ho sempre usato dei fili comuni, addirittura da palamito, ottenendo ottimi risultati, anche di giorno. A questo punto spero che le mie parole abbiano colmato alcuni dubbi e risposto ad alcune domande.
 
Febbraio 2009 Emanuele Velardita
Primi approcci alla configurazione di un rotante


Da tempo ormai, le “Lezioni sull’utilizzo del rotante” di Pugnax rappresentano una tappa obbligata per chi si avvicina all’utilizzo di queste splendide e divertenti macchine.
Nonostante ciò, è chiaro che, chi si trova alle prese col primo rotante, non sa esattamente dove mettere le mani né, molto probabilmente, in cosa consista praticamente la “configurazione”.
Nel tentativo di risolvere queste incertezze – usando come cavia il più diffuso tra i mulinelli rotanti, ovvero, l’ABU C3 CT 6500 MAG ELITE altrimenti conosciuto come “Verdone” – si è deciso di dar vita a questo piccolo vademecum corredato di foto esplicative che, si spera, dia un quadro abbastanza chiaro delle varie operazioni da compiere.
STEP 1 – SMONTAGGIO MULINELLO E CUSCINETTI.
La via più semplice per accedere alla bobina è smontare il rotante dal lato manovella (dall’altra parte c’è il sistema Mag, che è meglio lasciare stare), svitando soltanto le tre viti zigrinate sporgenti che tengono il pacchetto ingranaggi ancorato al telaio.
Tirando il pacchetto, usciamo la bobina insieme all’asse e, per liberarla, basta semplicemente sfilarla da quest’ultimo.
Sul lato destro della bobina troviamo la piastra porta centrifughi (sulla quale possiamo trovare alloggiati i centrifughi stessi) mentre, al suo interno troviamo i cuscinetti.
Quello a sinistra, poggia su una rondellina in ottone e viene via liberamente (oppure è fermato da una molletta facilmente eliminabile); per l’altro, invece, dobbiamo smontare la piastra porta centrifughi, che è bloccata alla bobina con un fermaglio a C.
Per pulire i cuscinetti, basta immergerli per qualche minuto in un qualsiasi solvente (va benissimo il diluente nitro) e farli asciugare su un tovagliolo di carta assorbente, aspettando che il solvente evapori del tutto.
STEP 2 – LUBRIFICAZIONE CUSCINETTI E CENTRAGGIO BOBINA.
Una buona lubrificazione rende il cuscinetto silenzioso, progressivo e ben protetto nel tempo.
Esistono vari sistemi per effettuare questa operazione.
Quello più semplice e sicuro, sopratutto per i rotanti dedicati alla pesca, consiste nell’immergere i cuscinetti nell’olio, facendoli ruotare sino a che l’olio non li invade completamente (durante la rotazione, appariranno delle bollicine d’aria, finite le quali il cuscinetto è pieno).
Una volta riempito, facciamo spurgare il cuscinetto sul solito tovagliolo di carta assorbente, soffiandoci sopra un paio di volte per fargli espellere l’olio in più (che verrebbe espulso comunque dopo i primi lanci, imbrattando tutta la zona circostante), lasciando il suo interno uniformemente umettato.
A questo punto, rimontiamo il rotante (ricordate che le tre viti zigrinate non vanno serrate a forza ma fermate il giusto) e, aiutandoci con le due manopoline cromate che si trovano ai due lati del mulinello (i registri laterali), centriamo la bobina con il telaio (ci regoliamo osservando quanto bordo bobina esce da un lato e dall’altro) e azzeriamo il freno meccanico lasciando un leggero gioco laterale (non serve una lasco molo ampio; basta che la bobina faccia un minimo movimento ticchettando leggermente).
A questo punto, completiamo le operazioni, equilibrando la bobina e imbobbinandola correttamente.
STEP 3 – EQUILIBRATURA E IMBOBBINAMENTO.
In pratica, tutte le bobine soffrono squilibri più o meno pesanti, tendendo a dondolare e fermarsi sullo stesso punto; è nella loro natura e non possiamo far altrimenti che cercare di correggere questo errore congenito.
Nel caso degli Abu, trattandosi di bobine piccole e leggere, gli squilibri si correggono spesso, semplicemente imbobbinando i primi 30 mt. di filo in maniera casuale creando tre gobbette, la cui forma e volume, cambierà a seconda dello squilibrio che dobbiamo correggere.
L’imbobbinamento, va fatto con tranquillità e molta precisione (niente recuperi a manetta), riempiendo in maniera omogenea e diritta lungo tutta la bobina mantenendo le spire sempre ben affiancate, senza accavallarle o incrociarle e, soprattutto, senza esagerare con la quantità di filo imbobbinato (è bene fermarsi poco sotto il bordo della bobina).
STEP 4 – TEST SUL RISULTATO.
Fermato con un giro di nastro isolante il filo imbobbinato, testiamo quanto abbiamo sin ora fatto, facendo girare la bobina a vuoto – “flippandola” (un giro secco di la manovella premendo contemporaneamente il pulsante di sblocco) o, se non ci riusciamo, spingendola forte con il pollice – per vedere come si comporta.
Un rotante ben configurato (bobina equilibrata, centrata e libera dal meccanico e cuscinetti ben lubrificati) gira per non più di venti secondi, sibilando dolcemente; accelera e rallenta progressivamente e, quando si ferma, non tende a tornare indietro né a dondolare.
Se la nostra bobina non dovesse comportarsi in questo modo, vuol dire che la configurazione non è stata fatta bene e bisogna capire cosa abbiamo sbagliato e agire di conseguenza.
In generale, se tende a girare poco e stentatamente oppure la sentiamo “grattare” durante la rotazione, è un problema di freno meccanico oppure abbiamo sbagliato a centrarla.
Sono problemi che si risolvono velocemente agendo sui registri, cercando di regolare al meglio sial il centraggio della bobina che il lasco laterale. Diversamente, se il mulinello vibra o i cuscinetti stridono sonoramente, la colpa è da attribuire all’equilibratura oppure alla lubrificazione.
Per la lubrificazione, dobbiamo riconfigurare facendo attenzione ai vari procedimenti e, se è il caso, cambiare l’olio con un altro più denso (un’operazione da fare assolutamente anche nell’ipotesi in cui il rotante gira troppo e troppo velocemente).
Nel caso sia un problema di equilibrata, invece, il sistema migliore è quello di sbobinare il filo e rifare le tre gobbette, cambiandone inclinazione e volume, provando – questa volta senza caricare il filo – sino a quando non saremo soddisfatti del suo andamento.
Nel caso di bobine particolarmente squilibrate, possiamo aiutarci ricorrendo all’alluminio adesivo (o al piombo adesivo che si compera in fogli nei negozi di modellismo) da attaccare sul bordo esterno bobina in corrispondenza della parte più leggera (quella che rimane rivolta sempre verso l’alto) per compensare la differenza di peso.
Se proprio non riusciamo ad ottenere un risultato soddisfacente, è il caso di rivolgersi ad un amico più esperto che risolva il problema o ci spieghi come fare.
State attenti però; molto spesso, quello che sembra un rotante assolutamente squilibrato e troppo veloce, se controllato dopo un paio di giorni appare mite come un agnellino.
Il motivo è dato dal fatto che un cuscinetto appena lubrificato, non ha avuto ancora il tempo di amalgamarsi con la lubrificazione.
Quindi, non è male aspettare un po’ di tempo prima di sentenziare che
Piccole note conclusive.
Ad ogni buon conto, prima che mettiate mano al vostro rotante, è importante sottolineare alcuni ulteriori punti importantissimi.
1) Quando togliamo i cuscinetti, sarebbe opportuno punzonarli (va bene un colpo di limetta per unghie dato sul bordo, inutile il pennarello che scolorirebbe subito appena messo il cuscinetto nel diluente) per riposizionarli nella stessa sede e, soprattutto, rispettare il senso di rotazione iniziale.
Per la loro pulizia o lubrificazione, del tutto inutile, per non dire pericoloso, è privarli dei paraoli (è un’operazione che va fatta, con molta attenzione e perizia, solo in casi particolari).
2) Il procedimento di centraggio della bobina, si esegue sui rotanti dotati di due registri laterali (Abu 6500 C3 CT Mag e Rocket e Daiwa 7HT); quelli dotati di un solo registro (Daiwa 6HM, Penn 525, Abu 6500 Sport Mag) sono di norma autocentranti e, quindi, teoricamente il registro serve esclusivamente al controllo del freno meccanico.
2) L’equilibratura, effettivamente, andrebbe fatta a cuscinetti secchi, bobina centrata, meccanico azzerato e mag smontato.
Nel nostro caso, trattandosi di rotanti dalle bobine piccole e leggere, possiamo provare ad equilibrare – nei modi che abbiamo precedentemente detto – a cuscinetti già oleati, rinviando a dopo, in caso di squilibri eccessivi e difficili da correggere, un’analisi ed un intervento più tecnici e puntuali (che non prevedono, a dispetto di quanto sostiene qualcuno, azioni invasive e irreversibili come fresature, sdondature o forature per alleggerire le zone più pesanti, ma soltanto un po’ di pazienza per risolvere il problema).
Ad ogni buon conto, teniamo sempre a mente che l’equilibratura è un concetto relativo e non assoluto. Motivo per cui, possiamo ritenere soddisfacente una rotazione fluida senza vistose vibrazioni e sonori ronzii, potendo tollerare tranquillamente un leggero dondolio finale che, nella maggior parte dei casi, andrà via dopo un paio di lanci e recuperi.
3) Quando lubrifichiamo e imbobbiniamo non dimentichiamoci che deve essere il rotante a seguire noi, non il contrario. Per iniziare, è sempre preferibile affidarsi ad un rotante piccolo (come, appunto l’Abu 6500) da configurare con un olio denso e di viscosità media accoppiato ad un diametro di filo sostenuto che svuoti la bobina con una certa velocità (ad esempio, un olio semisintetico 15/40W accoppiato ad uno 0.35); certamente non avremo in mano un fulmine di guerra ma ci troveremo a che fare con un compagno gestibile ed affidabile in qualsiasi circostanza, che ci seguirà lungo il periodo di apprendimento, facendoci assumere una forte sicurezza col lancio, che diventerà, poco dopo tempo, facile ed intuitivo anche di notte.
Presaci la mano, ricordiamoci che è preferibile sempre ridurre il diametro del filo utilizzato piuttosto che cambiare l’olio o diminuirne la quantità.
4) La lubrificazione, a modesto parere di chi scrive, ha bisogno di un po’ di tempo per attivarsi e rendere al massimo e lo notiamo confrontando il comportamento del rotante a distanza di un paio di giorni dalla configurazione (prima si presenterà un po’ isterico, dopo, molto più calmo e progressivo).
Per questo motivo, giunti in spiaggia (o anche in pedana), è bene iniziare sempre con lanci morbidi – magari chiudendo il mag di un paio di punti rispetto a quanto siamo soliti fare – per distendere il filo e far entrare la lubrificazione in circolo ad una “temperatura” d’esercizio ottimale (né più né meno di come si fa con le automobili quando le avviamo a freddo), spingendo sul manico con una certa progressione, sino a raggiungere in nostri standard abituali.
Rimanendo in tema, protezione, effetto frenante e durata della lubrificazione, sono elementi direttamente legati al rapporto tra densità, viscosità e quantità dell’olio utilizzato.
Però, per quanto dura e sostanziosa possa essere, una lubrificazione da pesca, non è mai eterna.
Certo, potenzialmente potrebbe durare anche un’intera stagione ma, sorge spontanea chiedersi a cosa possa servire rischiare di rovinarsi un’uscita a causa di un rotante che inizia ad uscire dal nostro controllo se, con pochi e semplici passaggi possiamo stare sempre tranquilli e fiduciosi sul suo comportamento.
Quindi, non sarebbe poi così sbagliato rinfrescare la lubrificazione a cadenze periodiche mediamente frequenti piuttosto che sporadiche, senza aspettare che la lubrificazione si esaurisca del tutto, lasciandoci all’improvviso, in piena spiaggia e in piena notte, con una matassa di filo inestricabile tra le mani (oppure costringendoci a chiudere il Mag o il meccanico, più di quanto il nostro lancio non riesca a tollerare).
Nella speranza che tutto ciò sia d’utilità oggi come in futuro, non ci resta che rinviarvi al forum per qualsiasi ed ulteriore chiarimento.
Emanuele Velardita
 
Novembre 2008 Emanuele Velardita
Sfielttatore & Filo Elastico


Le esche da pescheria, uniche compagne dello scer degli anni ottanta, ormai hanno perso molto del loro fascino, surclassate dai tanti anellidi, probabilmente più catturanti ma sicuramente meno selettivi.
Eppure avrebbero ancora molto da dire.
Basterebbe ritornare a crederci come una volta, per abbassare di molto i costi ed entrare in un mondo fatto sicuramente di attese lunghe e tanti cappotti, ma anche grandissime soddisfazioni.
Il solito discorso del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, insomma.
Certo, innescarli non è semplice.
Non siamo di fronte alla classica sarda o al cappellotto (piccolo calamaro) di misura idonea all’innesco, previo qualche piccolo intervento.
Sugarelli, sgombri, cefali, totani e calamari (giusto per citarne alcuni), devono esser lavorati ad hoc e la preparazione, prevede tutta una serie di attrezzi specifici che, se ben utilizzati, ci permettono di far rendere al massimo la nostra insidia.
Sfilettatore.
Sovrano indiscusso del piatto porta esche dei primi anni ottanta, oggi viene spesso sostituito da una triste lama da cutter.
Nulla di più sbagliato, poiché lo sfilettatore – attrezzo nato per la cucina e portato con successo sulla spiaggia – permette di operare in maniera selettiva, veloce e netta, ogni tipo di taglio.
Un corredo minimo, ne prevede almeno un paio, di misure differenti.
Il principale, caratterizzato da una lama lunga, sottile, molto elastica e affilata come un bisturi, da usare per aprire la polpa dei grossi tranci in maniera netta e precisa, senza romperla né strapparla.
Il secondo, dalla lama più corta e rigida, ma ugualmente tagliente, da adoperare per i tagli meno impegnativi, come la selezione del trancio oppure per nettare e sezionare rapidamente le carni callose di totani, seppie e calamari.
Per dare il massimo, entrambi necessitano di una continua cura del filo, che deve esser sempre mantenuto pulito e affilatissimo.
Niente di difficile, comunque.
Basteranno un paio di passate di pietra ollare giustamente umettata, - o in alternativa un affilacoltelli – ogni due o tre utilizzi, per aver una lama sempre in prefetto ordine e funzionale.
Tagliere
Lo spazio della servidora, non è sufficiente per sezionare un pesce esca di proporzioni interessanti.
Serve, quindi un piano grande, da muovere rapidamente e girare, per posizionare l’esca nel miglior modo per il taglio.
Certo, possiamo arrangiarci come possiamo, ma certamente un tagliere di medie dimensioni risolve il problema egregiamente. Trovarlo non è difficile, lo si può acquistare a poco prezzo nei negozi di casalinghi, oppure costruirselo con un rettangolo di multistrato molto duro e resistente.
A mio avviso, dovendolo acquistare, è preferibile prenderne uno in plastica dura piuttosto che in legno.
Infatti, non si rovina facilmente, si pulisce con molta semplicità e, soprattutto, non trattiene gli odori che, visto la materia trattata, in alcuni casi possono rivelarsi veramente nauseabondi.
Filo elastico
Finite le operazioni preliminari, dobbiamo confezionare l’innesco e non potremmo far nulla se in aiuto non venisse il filo di lycra.
Facilmente acquistabile nei negozi specializzati o nelle mercerie fornite, andrà scelto tra quelli più sottili e meno duri, così da poterlo tirare bene per rassodare correttamente l’insidia, evitando, allo stesso tempo di tagliarla durante l’avvolgimento.
A mio avviso, il massimo sarebbe trovarne almeno un paio di tipi, di cui uno morbido e sottilissimo e l’altro più duro e resistente, da utilizzare a seconda del tipo di innesco; ma, va da sé che, anche un tipo di buona qualità risolverà degnamente ogni problema.
Emanuele Velardita

 
Ottobre 2008 Emanuele Velardita
Night & Day


In principio, era la notte a vedere lo scer protagonista indiscusso della spiaggia.
Si iniziava un paio di ore prima del tramonto e si finiva sempre dopo l’alba.
Forse per comodo, o anche per curiosità, alcuni hanno iniziato a tentare le spiagge anche di giorno, scoprendo che, quelle condizioni essenziali ritenute appannaggio esclusivo delle ore notturne, di fatto sussistevano anche in pieno giorno, pronte ad esser studiate e sfruttate nel migliore dei modi.
Del resto, che il pesce pascoli anche di giorno, non è una novità.
Il caso orata è emblematico.
Cattura sporadica di notte e regina incontrastata delle ore diurne, la sua pesca, con il passar del tempo, è diventata tecnica a se stante distinta da regole ben precise ed imprescindibili.
Il tradizionalista obietterà che non di Surf si sta trattando, ma di “vile” pesca a fondo.
Ma, per i più scettici, la comprova la possiamo cercare e trovare in altre tecniche, come lo spinning.
Caso in cui, come ben sappiamo, non è rara la grossa spigola, catturata facendo lavorare l’insidia tra la schiuma di una mareggiata in pieno giorno.
Ma, tra il giorno e la notte, esistono delle differenze decisive, importanti da analizzare ai fini di una pianificazione della battuta che si riveli potenzialmente vincente.
Correnti e Maree.
Il motivo sul perché il Surf in Mediterraneo si è sviluppato come pratica imprescindibilmente notturna, è da ricercare nella limpidezza delle nostre acque.
Diversamente, l’esperienza anglosassone ci insegna che, se l’acqua è sempre torbida, tanto vale tentare di giorno piuttosto che sfiancarsi la notte.
Nonostante sia inopinabile che le situazioni che affrontano Peter e John in terra di Albione, non possano essere paragonabili a quelle affrontate da Pietro e Giovanni lungo le nostre coste, è pur vero che, nel bel mezzo di una mareggiata, il rimescolamento sarà tale da velare completamente le acque.
In passato si sosteneva che ciò sfavorendo una corretta ossigenazione dell’acqua, non fosse ideale per l’avvio della catena alimentare.
L’esperienza degli ultimi anni ha dimostrato che, tra quel fango, qualcosa gira ed è disponibile alla cattura.
Un altro elemento da non sottovalutare, è dato dall’influenza della luna sulle correnti.
Un’influenza particolare, foriera di cambiamenti importanti sul fondale, soprattutto riguardo alla presenza di alghe.
Senza voler entrare nel merito – anche perché, diciamolo pure, poco o nulla ne sappiamo – un dato è comunque interessante.
in determinati casi, spiagge che di notte si rivelano impraticabili a causa delle alghe, nelle ore diurne si presentano completamente pulite; oppure – ma non è diversa come considerazione – ciò che di giorno identifichiamo ammassi galleggianti facilmente affrontabili, di notte si addensano e appesantiscono, distribuendosi uniformemente fino a raggiungere il fondale, impedendo, di fatto, una corretta azione di pesca.
E ciò, indipendentemente dal cambio di marea che, come ben sappiamo, acuisce o diminuisce notevolmente il problema.

Le possibilità.
Parlando sempre di ore diurne, altro elemento da non sottovalutare è l’attività delle varie specie.
Se da una parte scompare di scena il grongo, dall’altra lo segue il sarago, principe dell’onda e preda tipica del Surf notturno.
La sua cattura sarà dunque sporadica e occasionale, quasi improbabile soprattutto in quegli spot che non presentano caratteristiche ben definite (tipo Pocket Beach o fondali misto rocciosi, con accertata presenza di stanziali).
Particolare, invece, il comportamento di spigole e mormore.
Per quanto riguarda la prima, da buona cacciatrice meteopatica qual è, non ha particolari problemi a ricercare il cibo tra la schiuma anche di giorno.
La sua cattura, dunque, non è sporadica, né casuale; bisogna crederci e tentarla, ma meglio se in concomitanza di un cielo velato e instabilità barica.
Per le seconde invece, accade un fenomeno strano.
Diminuisce in percentuale ma le, poche, catture saranno sempre di dimensioni molto interessanti e, è qui il dato strano, attaccheranno finali ed esche dedicati ad altre prede ed, eufemisticamente, non proprio tradizionali.
Aumentano le possibilità di incontrare qualche razza di taglia come anche qualche altro predatore, come la tanto desiderata leccia amia.

Spot, esche e travi.
Un quadro siffatto, evidentemente, porterà lo scer a pianificare la battuta scegliendo, con molta oculatezza, spiagge ed esce appropriate alla situazione.
Riguardo alla spiaggia, scartati i lunghissimi spiaggioni a bassissima energia, saranno da preferire quelle spiaggie a energia medio/alta, possibilmente in prossimità di qualche foce.
Un’alternativa valida, sebbene più complessa da decifrare, è la spiaggia a fondale misto di dimensioni medio/piccole e incastonata tra alti promontori, da affrontare con lanci mirati nelle buche alla ricerca del pesce stanziale.
Basilare è anche la corretta scelta su dove allestire la postazione.
Parlando di spiagge d lunghezza non indifferente, Il canalone o la punta del centro spiaggia – scelta classica delle ore notturne – cede il passo alle postazioni laterali, situate ai margini dell’arenile ed in corrispondenza degli anfratti rocciosi che ne delimitano l’ampiezza.
Il perchè, probabilmente, è da ricercare nel diverso approccio all’alimentazione delle varie specie che, a differenza di quanto fanno durante la notte, preferiscono muoversi lentamente ed in un perimetro molto ristretto.
Parlando di esche, quelle maggiormente sanguigne e molto proteiche si rivelano, in questo caso, più efficaci rispetto a quelle bianche, probabilmente a causa della maggiore componente olfattiva che le contraddistingue.
La scelta, dunque, ricadrà su un buon assortimento di tranci ricchi di grassi e oli, come sarde e sugarelli.
Per completare potremmo aggiungere un buon anellide e qualche bivalve.
Se non vogliamo lasciare nulla di intentato, è questo il caso in cui il cannolicchio può dare il masismo.
Nonostante il colore perlaceo, ha un forte profumo ed è gradito alla maggior parte delle specie insidiabili.

Impostazione e travi.
Mantenendoci su linee molto generali, l’impostazione prevede l’utilizzo di almeno una coppia di attrezzi da far lavorare a distanze differenti.
Il primo, montato e puntato in direzione della foce lavorerà ad una distanza medio corta, ricercando la preda nella prima fascia di pascolo.
È questa la situazione in cui, finalmente, potremo concederci il lusso di lungo finale montato in prossimità del piombo e innescato con un bel trancio, senza preoccuparci che qualche grongo renda vana l’insidia.
Con l’altro attrezzo, ci cureremo invece della ricerca sulla distanza che sarà veramente notevole grazie alla luce che, com’è noto, alleggerisce e snellisce il gesto del lancio, soprattutto per chi utilizza i rotanti.
In questo caso, ottimi alleati saranno, da una parte il Pezzetto Domiziano, che unisce mobilità al finale pur non perdendo in aerodinamicità; dall’altro il Paternoster, da preferire in versione con finali lunghi, da innescare con esche differenti per aumentare le possibilità id cattura.
È intuitivo che, la dinamica della battuta sarà più rilassante rispetto a quella di una classica notturna, con attese più lunghe ma sicuramente meno snervanti.
Assenti del tutto granchi e minutaglia – che, durante la notte, non danno tregua ai poveri inneschi e fanno saltare i nervi anche ai più pazienti – la cadenza di lancio e recupero, sarà più umana e meno impegnativa, stabilita, soprattutto, dalla durata dell’efficienza dell’esca in acqua.

Night & Day o Day & Night?
Da quanto appena detto, possiamo affermare con una certa serenità che, pescare di giorno si può.
Ma questo non può, e non deve, significare che la soluzione notturna sia da mandare in pensione nella sua totalità.
È più plausibile, a mio modesto avviso, che le due soluzioni vadano fuse insieme, permettendoci di poter pianificare – seguendo le tavole di marea, le perturbazioni e le loro evoluzioni, e le altre tante variabili – una battuta che interessi almeno due cambi di marea e che segua anche l’evolversi della perturbazione.
Il tutto, compreso nell’arco di almeno dodici ore (ma potrebbero essere qualcuna in più), che possono partire, dall’alba e concludersi qualche ora oltre il tramonto.
Del resto, se l’alba ha da sempre riservato qualche sorpresa allo scer ormai stremato da un’intera notte passata a guardare le cime, non si vede il perché l’iter non debba esser invertito, pur mantenendo, di fatto, le stesse potenzialità.
A conti fatti, pur non essendo poche ore, sono tante quante ne richiederebbe una battuta di notte.
Ma, a differenza di quest’ultima, la stanchezza sarà più affrontabile, rimarremo sempre con una buona riserva di energie per affrontare il viaggio di ritorno e, dato certamente da non sottovalutare, alleggerirà di molto il generale malcontento di mogli, fidanzate e familiari, nonché noi stessi e la nostra coscienza per averli abbandonati un’intera notte.
Emanuele Velardita.

 
Giugno 2008 Emanuele Velardita
I travi da pesca


In pesca, per far andare tutto al meglio, la regola è ESSENZIALITA’.
Essenziale è sinonimo di minimale e, in questa chiave, il trave tipo lascia ben poco spazio alla fantasia, all’estro e alla progettazione.
Un paio di snodi riposizionabili e una girella con moschettone sullo shock leader (che in questo caso sarà una bracciata più lungo del normale), rappresenta tutto ciò che necessita per affrontare qualsiasi situazione.
Questo sistema base potrà esser direttamente approntato in spiaggia usando fermi veloci come le “coil crimp”, ovvero spiraline in acciaio molto sottili che, appena attorcigliate al trave, vi aderiscono mantenendo lo snodo in posizione.
L’alternativa, indiscutibilmente valida e mai obsoleta, sarà invece lo shock leader pronto, ovvero già configurato con due snodi riposizionabili e l’attacco per il piombo.
In questo caso, certamente rinunciamo alla velocità d’azione ma guadagneremo parecchio in sicurezza, praticità e leggerezza.
Sicurezza perché, mancando qualsiasi nodo di giunzione con lo shock leader, ci preserva al massimo dalle rotture del trave.
Infatti, a ben considerare, Il trave si perde perché il nodo di giunzione o lo sgancio rapido cedono; nel nostro caso, mancando entrambi, l’unica rottura possibile potrà essere quella del nodo dello shock leader.
Praticità sia perché, grazie alla riposizionabilità, potremo configurare, da quella base, qualsiasi disegno possibile, sia a uno che a due ami, in un batter di ciglia; sia perché partire già con una manciata di shock leader pronti ci preserva da ogni problema con un ingombro minimo.
Leggerezza, infine, perché un trave così composto, scevro da qualsiasi elemento in più rispetto alla base, si presta meglio di qualsiasi altro alla distanza, soprattutto nei disegni mono amo come lo short rovesciato e completi di bait-clip.
Affinché tutto funzioni al massimo, comunque, si dovrà prestare molta attenzione nel confezionamento.
Gli snodi dovranno girare velocemente e perfettamente; le perline devono fare realmente da perno alla girella, gli stopper devono sì esser riposizionabili ma soltanto in seguito ad una forte trazione.
Riguardo a quest’ultimo punto, tralasciando i classici nodini, dovremmo affidarci a stopper in caucciù di alta qualità, da scegliere seguendo alcune regole ben precise.
- Una superficie minima di attrito, riduce l’effetto frenante; se il classico chicco di riso tende a scendere al minimo sollecito, è meglio optare per stopper dalla forma oblunga (cilindrica o conica);
- Il materiale con cui sono costruiti è molto elastico ed aderente; questo li rende molto frenati nello scorrere. Cerchiamo stopper che non si spostino quasi completamente a secco, così da avere una corretta riposizionabilità sulla superficie inumidita. Un sistema semplice è quello di scegliere una misura più stretta rispetto a quella consigliata dal produttore per il nylon che stiamo utilizzando, così da assicurarci il massimo dell’attrito.
- Può accadere, come di fatto accade, di trovare parecchie difficoltà a filare lo stopper sui nylon di diametro sostenuto. Per diametri fino al 50, un buon metodo può esser quello di passare lo stopper su un cappio di 0,25 e da qui passarlo al nylon dello shock; per diametri ancora più grossi (anche fino all’80), il sistema più pratico è quello di sfilettare una ventina di cm del nylon con una lametta, così da ridurne il diametro iniziale e permettere allo stopper di entrare senza strapparsi.
In ogni caso, ricordiamoci di bagnare con un poco di saliva la doppiatura d’entrata.
- Se non si vogliono usare gli stopper in gomma, l’alternativa sono i nodini UNI da confezionare in spago cerato/gommato o, ancora meglio, in power gum (un prodotto di origine anglosassone, che permette di ottenere nodi scorrevoli a trazione e che si assuccano a tal punto da inglobare le spire e diventare uno stopper vero e proprio). Da evitare i classici nodini nylon su nylon, poiché poco scorrevoli e potenzialmente dannosi per la lenza madre.
A questo punto, vediamo che prospettive di disegni possiamo trovare, agendo sulla posizione degli snodi, cogliendo l’occasione anche per una breve scheda tecnica utile per chi non li conoscesse.

Short Rovesciato.
È un trave classico, composto da un unico bracciolo montato molto alto rispetto al piombo e di lunghezza non superiore al metro e mezzo.
Prede*: Tutte
Mare Mosso; No
Mare Calmo; Sì
Distanza**: Buona
Tenuta alla laterale: Buona
Configurabilità***: Ottima
Clippaggio***: Facile (basta montare un bait clip a ridosso dell’aggancio per il piombo)

Long Arm.
Trave creato per la presentazione dell'esca il più naturale possibile, ha un bracciolo molto lungo (fino ai due metri e mezzo) su uno snodo montato in prossimità del piombo.
Prede*: Orata, Mormora, Spigola, Grongo.
Mare Mosso; No
Mare Calmo; Sì
Distanza**: Discreta
Tenuta alla laterale: Buona
Configurabilità***: Ottima
Clippaggio***: Complesso (la lunghezza del bracciolo, prevede una doppiatura della clip, non sempre facile da eseguire).

Pezzetto Domiziano.
Trave progettato per dare la massima naturalezza nella presentazione dell’esca e permettere di limitare lal unghezza del bracciolo (al massimo 75 cm).
Come disegno è simile allo Short rovesciato, ma si distingue da questo perché lo snodo è libero di salire e scedere sul trave per una certo tratto (anche fino ad un metro).
Prede*: Orata, Sarago, Spigola, Mormora
Mare Mosso; Sì
Mare Calmo; Sì
Distanza**: Buona
Tenuta alla laterale: Buona
Configurabilità***: Buona
Clippaggio***: Facile (praticamente uguale a quella dello short rovesciato).

Paternoster
È il disegno a due ami per eccellenza.
Ideato per presentare esche differenti e dedicata al mare mosso, prevede una coppia di braccioli corti (al massimo 50 cm), uno di seguito all’altro ed entrambi sopra il piombo.
Prede*: Sarago
Mare Mosso; Sì
Mare Calmo; Sì
Distanza**: Discreta
Tenuta alla laterale: Ottima
Configurabilità***: Ottima
Clippaggio***: Complesso (si tratta di dover clippare il bracciolo più alto a ridosso dello snodo del secondo bracciolo e, infine, clippare quest’ultimo una ventina di cm sopra il piombo, praticamente un lavoraccio).

Paternoster Siciliano.
È il trave a due ami più utilizzato lungo le nostre coste, ideato per doppiare l’esca e, in pescando nel branco, doppiare anche le catture.
I due braccioli, sono di lunghezza differente montati, quello corto (75 cm) sullo snodo alto e quello lungo (massimo un metro) sullo snodo posto a ridosso dell’aggancio del piombo.
Prede*: Mormora
Mare Mosso; N.D.
Mare Calmo; Sì
Distanza**: Discreta
Tenuta alla laterale: Buona
Configurabilità***: Ottima
Clippaggio***: Molto Complesso (si tratta di dover clippare il bracciolo più alto a ridosso dello snodo del secondo bracciolo e, infine, clippare quest’ultimo rovesciato verso l’alto).

Bomber Rig.
Trave di origine anglosassone, nasce come alternativa al Paternoster tradizionale, da dedicare alle condizioni di mare calmo e assenza di laterale.
Gli snodi, entrambi molto alti, si distanziano di 10/15 cm, mentre i braccioli, entrambi lunghi (anche oltre il metro), arriveranno quasi a ridosso del gancio per il piombo, con gli ami affiancati (in pratica come pescare con due short rovesciati).
È indispensabile l’utilizzo del bait-clip, per evitare che, i braccioli, si ingarbuglino nel lancio.
Prede*: Mormora
Mare Mosso; No
Mare Calmo; Sì
Distanza**: Ottima
Tenuta alla laterale: Scadente
Configurabilità**: Ottima
Clippaggio**: Facilissimo (consiste nel montare un bait-clip ad impatto di generose dimensioni sopra il piombo, per alloggiare comodamente i due ami innescati).

* In relazione alle nostre coste e alle condizioni meteomarine ideali per il trave.
** In condizioni ideali (assenza di vento o vento di spalle), con esche leggere e senza
bait-clip.
*** In riferimento esclusivo al trave solidale, direttamente costruito sullo shock leader.

N.B. LE FOTO DEI TRAVI SONO SITUATE NELLA SEZ. TRAVI ALLA PAG. WEB
http://www.pescareinsicilia.it/travi.php
 
Aprile 2008 Emanuele Velardita
Lo Shock Leader

Lo shock leader, o parastrappi per dirla all’italica maniera, altro non è che uno segmento di filo molto robusto il cui scopo è quello di fungere da ammortizzatore, per metterci nelle condizioni di lanciare piombi di peso consistente con fili dal diametro sottile.
Infatti, per ottenere distanza nel lancio e, contestualmente, ancorare correttamente al fondo il trave, non possiamo affidarci né a piombi di grammatura esigua (si parte dagli 80 per arrivare anche ai 200 gr) né a fili dal diametro molto sostenuto (difficilmente si utilizzano diametri superiori al 35).
Quindi, per ottemperare a queste esigenze difficilmente conciliabili tra loro, dobbiamo ricorrere allo shock leader.
Gli elementi che vanno consideratii, riguardo alla sua confezione, sono il diametro del filo da utilizzare, e la sua lunghezza complessiva.
Parlando del primo, se è chiaro che un diametro molto sostenuto evita le rotture, è anche vero che, esagerando, si appesantisce il complesso da lanciare e si presta maggiormente il fianco alla laterale.
Quindi, ci si dovrebbe muovere all’interno di diametri che, sebbene non ci riparino al 100% dalle rotture, ci permettano comunque di lanciare e pescare con una certa tranquillità.
Il tutto, andrà adeguato all’attrezzo utilizzato, in riferimento alla sua azione e al tipo di lancio.
Volendo fare degli esempi, prendendo in considerazione una classica telescopica - o le canne ad innesti progettate per la pesca in mediterraneo – corredata di fisso, posto che campo il side (sebbene angolato) è il lancio preferibile, ritengo che raramente si ravvisa la reale necessità di salire al di sopra dello 0,50; tanto, s’intende, nel caso di attrezzi al top per potenza d’azione.
Ciò, anche per un altro motivo.
Infatti, il maggior diametro implica un aumento della rigidità relativa del nylon, con ripercussioni negative per il fusto, il quale tende al veloce sovraccaricamento, con conseguente abbassamento dalle grammatura ideale e pericolo di rottura, soprattutto nel sottovetta.
Passando ad attrezzi con maggior carattere - come canne ad innesti, secondo alcuni non ideate per la pesca in mediterraneo, ma che comunque hanno un sempre crescente seguito di estimatori - magari in abbinamento a mulinelli rotanti, i diametri tendono inevitabilmente a salire, partendo almeno dallo 0,60 per i 100/125 gr., per giungere fino allo 0,70, per quelli più pesanti.
Quanto detto vale ovviamente in pesca; in pedana, il regolamento risolve ogni indugio, obbligando all’uso minimo dello 0,70 per i 100 e 125 gr, e allo 0,80 per i 150 e 175 gr.
Relativamente al discorso lunghezza, innanzitutto bisogna considerare che uno shock troppo corto è molto sensibile alla rottura sul nodo successivamente allo spunto (poiché esce troppo velocemente e la differenza di diametro tra shock e filo in bobina, in piena accelerazione, fa tutto il resto); diversamente, uno shock troppo lungo, ha come effetto quello di rallentare di parecchio l’uscita, con deprezzamento finale della prestazione.
In pesca, comunque, la lunghezza dovrebbe sempre esser sempre calcolata considerando che, una volta giunti alla fine del recupero, non ci si debba trovare con il nodo fuori dalla bobina ma, almeno, con un paio di spire già recuperate.
Il motivo è semplice.
Il nodo di giunzione rappresenta l’anello debole della catena e, assicurarlo in bobina quando ancora si sta recuperando l’eventuale preda (sebbene si sia giunti praticamente alla fine), ci mette a riparo dalla rottura dell’ultima fuga, quella classica della preda già spiaggiata.
Seguendo questa logica, è bene comunque non eccedere, mantenendo come riferimento massimo la larghezza della bobina (se si usa il rotante) o la sua altezza (se si usa il fisso) limitandosi al massimo completando la prima o una volta e mezzo per la seconda, curandosi sempre di porre il nodo a uno dei margini della bobina del rotante o a quello basso (ultima spira) per quella del fisso; questo, sia per ragioni di sicurezza (soprattutto coi rotanti il nodo può diventare un rasoio capace di affettare il pollice senza tanti problemi) sia di conflitto (un nodo accavallato con un’altra spira può creare un ostacolo alla libera uscita del filo, portando a rotture o parrucche).
L’altro argomento da affrontare è come annodarlo alla lenza madre.
Esistono una miriade di soluzioni per legare fili di diametro diverso (anche sostenuto); per lo shicok leader, le soluzioni ideali sono quelle che creano anche un nodo piccolo e filante, che non trovi intoppi nell’uscita dagli anelli.
Tra le possibilità, prenderemo in considerazione quelle più comuni.
Doppio UNI
Il nodo UNI è il classico nodo a spire per gli ami a paletta; farne due incrociando i due fili e facendoli scorrere fino a battere l’uno sull’altro prima di serrarli e assuccarli bene, crea un nodo molto piccolo, affusolato, molto robusto e senza tendenza a slittare.
Il suo limite è rappresentato dai fili rigidi, di diametro sostenuto e poco pastosi al nodo (che non si assuccano bene e lasciano le spire larghe e il nodo grosso), ma rappresenta un sistema rapido e veloce per gli shock “leggeri” tipici delle tele.
Allbright.
È il sistema più veloce per legare shock di diametro sostenuto.
Infatti il nylon dello shock non viene legato ma semplicemente pontato all’interno delle spire create dal filo in bobina.
Mantiene inalterato il carico di rottura del filo madre, crea un nodo molto piatto, ma leggermente sovradimensionato, che soffre un po’ le anellature strette tipiche delle canne destinate al rotante.
Competition.
Anche in questo caso, il nylon dello shock non viene legato ma passato alla fiamma su un capo, per ottenere una piccola pallina su cui andrà a battere la legatura UNI fatta con il filo madre.
È un nodo classico da pedana che può trovare utilizzo in pesca, a patto che il nylon utilizzato sia idoneo, per struttura molecolare e composizione, a rendere una pallina dura e robusta, che non si rompa alla minima trazione.
Oltre a questo, un altro limite è che, se va bene per differenze sostenute (0,23/0,60) o, al limite, con fili madre sottili, è invece difficile da effettuare tra nylon di differenza pari al doppio (0,35/0,70) poiché, il nodo sul filo madre, anche assuccandolo al massimo, tende a slittare non bloccandosi sulla pallina.

Non solo Nylon.
Il fatto che lo shock leader costituisca un giocoforza nella pesca da spiaggia, ha condotto, da una parte, i produttori a presentare al mercato delle utenze prodotti specifici, mentre, dall’altra, molti pescatori (soprattutto garisti, posto che le gare rappresentano la fucina di molte “trovate”) ad escogitare e tentare nuovi sistemi, soprattutto per eliminare o, limare al massimo, il nodo di giunzione.
Tra questi, meritano un accenno, il TAPARED, lo SHOCK LEADER CONICO, il POLIETILENE (PE).
Il primo, è il filo conico, ovvero una bobina contenente 220 mt. di filo di diametro adeguato alla pesca, che va crescendo negli ultimi 20 mt. Fino a raggiungere un diametro sostenuto;
il secondo, diretta conseguenza del primo, è uno spezzone di 15 mt di filo che parte da un diametro sottile e arriva al diametro da shock leader.
Il terzo, è il comune tracciato (chiedo, a tal proposito, scusa all’amico Vittorio Azzano, se persevero nell’usare un termine improprio ma di uso comune), ovvero un multifilamento molto resistente anche nei diametro sottili.
A riguardo, lungi dal commentare, ritengo opportuno soltanto sottolineare che alternative di questo genere, possono trovare una loro logica in determinate e ben specifiche situazioni, ma non potranno mai sostituire l’indubbia efficacia e la semplicità del classico spezzone di nylon economico legato alla lenza madre.

 
Dicembre 2007 Emanuele Velardita da Caltanissetta
SCELTA ’ATREZZATURA TRA UNA CITAZIONE E L’ALTRA (parte I°)




Scegliere un’attrezzatura è cosa difficile certamente per i neofita, ma, per l’appassionato, diventa cosa delicata soprattutto consigliarla.
Mettiamo un poco di chiarezza, partendo, giusto per rallegrare un po’ il discorso, da alcune “perle di saggezza” che si trovano sul forum.

LA PASSIONE SPESSO CONDUCE A SODDISFARE LE PROPRIE VOGLIE (Mauro, alias “Kingfish”).
Che differenza c’è tra acquistare un orologio e un attrezzo da pesca?
Entrambi sono mezzi per raggiungere un risultato, e che il risultato sia pescare o esser puntuali non ha molta importanza.
Il “problema”, se così si può definire, nasce quando all’interesse principale si aggiunge una passione per il mezzo, all’origine creato soltanto per soddisfarlo.
Infatti - e che si parli di orologi o attrezzi da pesca il discorso non cambia - la passione per il mezzo crea un sistema di scelte basato su delle prerogative che, a dirla tutta, posso uscire da quelle importanti valutazioni stimabili rispetto all’interesse principale.
Per essere meno criptici, si pensi all’amatore disposto a pagare una cifra astronomica per un segnatempo del dopoguerra che, magari, perde un minuto a settimana.
In questo contesto, a condurre verso quella scelta, non è più il problema della puntualità, ma il piacere intimo e personalissimo che si prova nel possedere qualcosa di diverso e raro.
Il discorso, ovviamente, vale anche per la pesca (e non solo, ma per qualsiasi passione che preveda un impegno economico)
Da questo piccola analisi e delle intenzioni e tendenze che distinguono il neofita dall’appassionato di attrezzi, possiamo trarre una prima regola di base.
Affidarsi ai consigli di un appassionato può rivelarsi un’arma a doppio taglio, gratificante sotto alcuni aspetti fuorvianti sotto altri .
Le soluzioni saranno, quindi, per il neofita acquisire informazioni basiche ed importantissime scremando le tendenze personali dell’appassionato; per l’appassionato, approcciarsi al neofita con maggior elasticità, interpretando e capendo le esigenze del neofita che si affida alla sua esperienza, scremando, a sua volta, le sue passioni e tendenze.
Ovviamente, sebbene si sia parlato di appassionati, il discorso non cambia (cambiano soltanto le esigenze e le tendenze) quando si decide di appoggiarsi, per la scelta, ad un garista o ad un rivenditore.

LA TECNICA LUSSUREGGIA CON ATTREZZI NON AL TOP (Alessandro, alias “Superdroppa”).
Salire su una Ferrari da Formula 1 e pretendere di girare in pista con gli stessi tempi di Felipe Massa è, manco a dirlo, decisamente pretestuoso.
Oggetti come la canna da pedana del Campione del Mondo di lancio tecnico o la bolognese da 8 mt. del Nazionale di pesca al tocco, sono attrezzi che, da soli, non danno nulla ma esprimono il massimo delle loro potenzialità solo se utilizzati con una tecnica adeguata.
Guardando da un altro angolo visuale, gesti come una ferrata sicura e micrometrica, una fiondata precisa di pastura, un recupero che imprime all’artificiale un movimento perfetto e adescante, l’apparente leggiadria di un lancio che piazza lo spike da 150 a 100 mt, sono il risultato di anni di applicazione ed esperienza sul campo e non dell’uso di quell’attrezzo o di quell’altro.
È evidente che il neofita, in tutto questo deve ancora entrarci e che, il suo interesse principale dovrebbe esser quello di assumere quel bagaglio di conoscenze ed esperienze tecniche che rappresentano inequivocabilmente la base per raggiungere risultati entusiasmanti.
In questo contesto, l’imperativo è Pescare con criterio, imparare sia dagli errori che dai colpi di fortuna; osservare, analizzare e trarre conclusioni, cercando di assimilare quante più informazioni possibili, per poi elaborarle.
Giungere, infine, alla personalizzazione delle esperienze immagazzinate e creare una propria e personalissima visione d’insieme assumendo una strategia e un approccio che si ritengono corretti a priori, in quanto forieri di risultato.
Inoltre, l’attrezzo di livello altissimo, in quanto tale e in quanto studiato per soddisfare le esigenze di un determinato pubblico, non aiuta granché il processo formativo e conoscitivo; tanto, semplicemente perché (ed è nella sua natura di attrezzo specifico) si rivela poco o nulla tollerante nei confronti degli errori di utilizzo (si pensi alle conseguenze di una classica ferrata con una canna fissa da 8 mt, sottile quanto un mignolo e rigida fino allo spasimo e di come, nella maggior parte dei casi, il risultato sia quello, poco nobile, di strappare il l’esca di bocca alla preda, piuttosto che allamarla a mestiere).
Da questa piccola disquisizione, trae origine l’altra importante regola generale per il neofita, ovvero optare per un attrezzo dedicato ma di facile gestione, che permetta di concentrare l’attenzione sulle cose importanti (tecnica e strategia) piuttosto che sul suo utilizzo.
Un’ultima raccomandazione, prima di completare questa prima parte del discorso.
L’attrezzo è e rimane semplicemente un mezzo che ci permette di pescare; a decidere come e quando siamo noi e, se la scelta si rivela sbagliata nostra è la responsabilità, così come nostro è il merito del successo.


 
Settembre 2007 Mimmo Presti da Siracusa
Condimeteo 3

FORMAZIONE DELLO STATO DEL MARE
Cari amici, con queste poche righe cercherò per quanto mi sia possibile di capire e conoscere un elemento che per noi pescatori è di notevole rilevanza, anzi oserei dire di primaria importanza, anche più del fenomeno dei venti.
Prima di tutto dobbiamo capire di cosa stiamo parlando.
La formazione di un moto nell’elemento acqua è dato da svariati fattori che ne influenzano lo stato di quiete (calma).
Alcuni di questi fattori potrebbero essere:
* un qualsiasi corpo estraneo che cadendo in acqua genera un movimento visibile superficialmente detto onde, le quali si manifestano in modo circolare intorno al punto in cui si è generato (esempio: quando gettiamo un sasso in uno stagno), tranne quando le stesse incontrano degli ostacoli;
* un movimento del contenitore (crosta terrestre - movimenti tellurici), in questo caso la generazione del movimento fa capo a diversi altri fattori che non starò a delineare;
* un movimento generato dal passaggio di mezzi (barche, navi);
* potrebbe essere un movimento generato da effetti metereologici (il vento) che soffiando in direzione più o meno costante muove la parte superficiale del liquido e quindi genera onde.
A noi interessa maggiormente quest’ultimo caso, infatti appena il vento inizia a soffiare, la superficie del mare si mette in movimento creando le cosiddette increspature (molto modeste) per l'effetto dell'attrito dell'aria che scorre sopra la superficie dell'acqua.
Se il vento continua la sua azione e mantiene la sua forza e direzione, dopo il formarsi delle increspature, il vento (dipende sempre dall’intensità), non esercita più soltanto il semplice attrito, ma una vera e propria pressione che provoca un abbassamento di livello nel punto in cui è maggiormente esercitata, e un innalzamento compensativo in corrispondenza del punto ove lo è meno.
In questo modo si manifestano le onde, che si muovono in direzione, più o meno, del vento esercitato.
Nel punto in cui si ha l’innalzamento dell’acqua avremo un volume maggiore di liquido, quindi di conseguenza un peso maggiore che per la forza di gravità tende a spostarsi verso il basso, causa che in seguito aumenta la forza di spostamento.
Le increspature formatisi inizialmente, più sono corte e più sono veloci e si spianano non appena cessa il vento, al contrario quelle dovute alla forza di gravità, più sono lunghe e più sono veloci e continuano a propagarsi anche molto tempo dopo la fine del vento (vedi figura 1).
Nelle onde di gravità, con l’aggiunta della pressione causata dal vento sul mare, la massa d'acqua giacente in superficie oscilla ed assume un movimento circolare che si trasmette alle zone delle molecole subito adiacenti, originando man mano un movimento ondoso che si propaga nella direzione del vento.
L'effetto visibile che ne segue da questo processo è che sia la superficie del mare a muoversi, mentre si tratta soltanto del propagarsi della forma ondosa, senza che vi sia in realtà un reale spostamento dell'acqua.
In definitiva possiamo quindi affermare che il moto dell'acqua è apparente; le sue particelle invece percorrono solamente direzioni pressoché circolari, che diventano sempre più piccole man mano che si avvicinano al fondale.
Arrivando a una profondità del mare di più o meno la metà della lunghezza dell'onda, il movimento circolare delle particelle, ormai indebolito, si trasforma in piccolissimi spostamenti sul piano orizzontale fino a esaurirsi subito dopo (vedi figura 2).
Da studi effettuati un vento con intensità di 1 o 2 nodi è sufficiente per produrre le prime onde (increspature), mentre un vento più intenso le trasforma in onde gravitazionali.
La formazione e lo sviluppo dell'onda marina presenta quindi alcune fasi abbastanza definite:
* La prima è quella delle "increspature" (periodo dell’onda inferiore a un secondo);
* La seconda e quella che viene subito dopo ossia quella della "maretta" (periodo dell’onda compreso tra 1 e 4 secondi);
* La terza è infine la fase dei "cavalloni" (periodo dell’onda da 5 a 12 secondi circa, ma potrebbe essere anche superiore).
Quindi il meccanismo della formazione dei cosidetti "cavalloni" lo possiamo riassumere nel seguente modo:
“Quando un vento ha una forza maggiore, quindi è più veloce dell'onda, lo stesso ne accelera le particelle sul dosso, che tende quindi a spingersi in avanti, mentre viene rallentata quelle nel cavo.
In questo modo la forma dell'onda tende ad aumentare in altezza, in lunghezza e indubbiamente in velocità. I valori massimi delle prime due grandezze, sempre in funzione della velocità del vento, sono raggiunti in tempi diversi: prima viene raggiunta l’altezza e successivamente la lunghezza.
Quindi la ripidità, aumenta con l'età dell'onda, raggiungendo il valore massimo quando la velocità dell'onda stessa raggiunge i 2/5 di quella del vento (età ? 0,4), per poi decrescere a meno che questo processo non si rompa.
Quando l'onda si rompe (si frange), si generano i cosiddetti frangenti, ovvero le visibili creste di spuma bianca, che crollano in avanti in direzione del moto ondoso sul cavo antistante, sottoforma di massa di acqua spumeggiante.
Le corrispondenti onde sono i cosiddetti "cavalloni".
La ripidità delle onde dipende quindi dall'età, piuttosto che dalla velocità del vento.
L'età dell'onda varia da ? 0,1 a circa ? 2.
Inizialmente le onde sono corte e si muovono con una velocità minore a quella del vento; la ripidità aumenta fino al valore massimo di 1/7 (età ? 0,4) e poi ridiminuisce.
Col crescere ulteriore dell'età, la velocità dell'onda può superare quella del vento, la pendenza quindi continua a diminuire fino a un certo valore per poi rimanere costante.
Il moto ondoso si propaga per notevoli distanze pur gradatamente attenuandosi per le perdite di energia, dovute all'attrito interno dovuto alle molecole dell’acqua e alla resistenza dell'aria, fino a che non urta contro la costa”.
La rottura invece si può riassumere come di seguito:
“Essa è quello che avviene quando la profondità del mare diminuendo a circa una volta e mezza l'altezza dell'onda (per esempio, un'onda di 2 metri si rompe quando giunge su un fondale di 3 metri).
Si formano in questo modo i frangenti (breakers).
Quando i frangenti su una spiaggia si dispongono lungo una linea più o meno continua, si ha una linea di rottura (surf).
Le onde lunghe e basse (onde derivate dalla zona dove è avvenuto un mutamento dello stato del mare), invece, quando giungono in acque poco profonde, possono addirittura aumentare in altezza e formare onde dette a ricciolo (rollers)”.
Le onde dette "increspature", "maretta" e "cavalloni" sono tutte determinate direttamente dal vento sul posto, e prendono il nome di onde vive.
Il mare con onde vive viene detto "mare vivo" e in inglese "sea".
Quando invece l’effetto del vento finisce e le onde vive sono abbastanza formate continuano a propagarsi anche a lunghe distanze per un po’ di tempo e prendono il nome di onde lunghe o morte, il corrispondente mare è detto "mare morto o lungo" e in inglese "swell".
La direzione del mare lungo invece non dipende da quella del vento trattato precedentemente, ma da altri fattori che non tratteremo.
Può anche accadere che onde lunghe e onde vive provenienti da direzioni diverse vengono ad incontrarsi, generando così il cosiddetto mare incrociato.
La superficie del mare, rispetto allo stato di quiete, sotto l’effetto del vento, presenta quindi innalzamenti ed avvallamenti che si susseguono con una certa regolarità.
Arrivati a questo punto passiamo a conoscere gli elementi che caratterizzano un’onda (visionare figura 3).
L'onda marina è caratterizzata da seguenti elementi:
* "l'altezza", che è la distanza misurata in verticale tra il dosso e il cavo, cioè tra la parte più alta e più bassa dell'onda;
* "la lunghezza", che è la distanza orizzontale che intercorre tra due dossi o due cavi successivi;
* “la velocità di propagazione”, cioè lo spazio percorso nell'unità di tempo dal dosso o cavo dell’onda;
* “il periodo", che è l'intervallo di tempo compreso fra il passaggio di un dosso ed il successivo per lo stesso punto fermo;
* “la pendenza", che è il rapporto tra l'altezza e la lunghezza dell'onda;
* “la direzione" che è la provenienza;
* “l’età", definita come il rapporto tra la velocità dell'onda e la velocità del vento.
Quindi in definitiva illustriamo una tabella che riassume lo stato del mare descritta in figura 4.
Spero di essere stato esaustivo nella complicata spiegazione del fenomeno che, comunque, ha molti altri aspetti abbastanza complicati da spiegare, quindi graverebbe ancora di più sul discorso preso in esame.

by mimmo

 
Luglio 2007 Mimmo Presti da Siracusa
Condimeteo 2


IL VENTO
Cari amici oggi cercheremo di conoscere e capire, spero meglio, uno degli elementi naturali della meteorologia che a noi pescatori sportivi e non, interessa particolarmente.
Iniziamo innanzitutto a dire che il vento è un movimento di aria più o meno orizzontale sulla superficie terrestre ed è generato dalla differenza di pressione atmosferica tra zone diverse della terra e la temperatura dell'aria.
I venti possono originarsi a causa della radiazione solare, che scalda in modo maggiore un'area rispetto una vicina, magari ombreggiata: l'aria calda salendo crea un "vuoto" che l'aria fredda deve riempire (generalmente piccole correnti d'aria).
Altri venti si generano per convezione, per un principio simile a quello sopra, l'aria calda sale e quella fredda scende, fenomeno che genera le "brezze marine": brezza dal mare di giorno (il mare si scalda più lentamente per cui manda l'aria fredda verso terra, più calda) e da terra di sera (il mare scaldandosi dopo si raffredda più lentamente della terra, più fredda).
Venti più importanti si generano per la rotazione terrestre, a causa della deviazione che la stessa impone alle correnti d'aria (andamento ciclonico).
Lo studio dei venti ha inizio nell’antichità, infatti se ci troviamo ad andare ad Atene, troviamo la Torre dei Venti (detta anche Torre di Andronico) che non è altro che una costruzione ottagonale ed ogni lato rappresenta una direzione del vento.
Su questa torre si trovava una immagine girevole che secondo quale tipo di vento soffiava andava ad orientarsi con un lato della torre (su ogni lato della torre una immagine raffigurava l’idea del tipo di tempo che si aveva con quel vento) indicando la direzione del vento.
Arrivati nel Medio Evo i navigatori italiani associavano la rosa dei venti alla bussola e distinguevano così le otto direzioni in: Tramontana, Bora o Settentrione (nord); Grecale (nord/est); Levante o Oriente (est); Scirocco (sud/est); Ostro, Meridione o Mezzogiorno (sud); Libeccio (sud/ovest); Ponente o Occidente (ovest); Maestro (nord/ovest).
I quattro punti principali, nord, sud, est e ovest, sono detti cardinali perché rappresentavano, per gli antichi, i cardini del mondo.
Il vento da nord è detto tramontana perché giunge attraversando i monti, quello da sud ostro, dal latino auster, perché di provenienza australe.
I venti da est e da ovest sono detti levante e ponente, con riferimento al sorgere e al tramontare del sole.
Il nome dei punti intermedi indica in genere le regioni dalle quali i venti sembrano provenire: per un osservatore che si trovi al centro del mare Ionio, il vento che soffia da nord-est (greco) sembra provenire dalla Grecia; quello di sud-est (scirocco) dalla Siria; quello di sud-ovest (libeccio) dalle coste della Libia; quello di nord-ovest, infine, è chiamato maestro o maestrale, perché considerato il vento predominante nel Mediterraneo.
In seguito si identificarono altre otto direzioni di intermezzo alle otto già esistenti ma di scarso interesse in quanto molto raramente si trova un vento che soffia da quelle direzioni.
Esiste anche un altro sistema per indicare la direzione del vento ma è molto approssimativo ed è evidente il perché, esso fa uso dei quadranti, I, II, III, IV, numerati a partire dal nord e in rotazione nel senso delle lancette dell'orologio (orario) ed ogni quadrante risulta quindi di 90 gradi, ecco spiegato il perché dell’approssimatività di tale sistema.
Nella moderna meteorologia si utilizza invece la suddivisione azimutale che va da 0° a 360°, per cui, ad esempio, un vento da sud è un vento di 180 gradi.
Alcuni esempi della suddivisione dei venti sono rappresentati in figura 1 e figura 2.
La forza del vento, si misura in metri al secondo (m/s) e deriva dalla formula fisica V= S/T (dove V è la velocità del vento, S è lo spazio percorso in metri e T è l’unità di tempo in secondi).
In meteorologia invece, per ragioni legate alla navigazione marittima (ed aerea), è in uso, come unità ufficiale, il nodo (kt), corrispondente a un miglio nautico/ora.
Gli strumenti per misurare il vento sono gli anemometri o anemografi.
In campo meteorologico, poiché in prossimità del suolo il vento varia in continuazione, per confrontare i dati anemometrici forniti dalle varie stazioni meteo, si è convenuto che i trasmettitori siano posti su un palo ad un'altezza di 10 metri dal suolo, su un terreno pianeggiante e libero da ostacoli.
Esempio di anemometro è rappresentato in figura 3 .
In considerazione che l'aria in prossimità del suolo, a causa della rugosità della superficie terrestre, non può scorrere con velocità e direzione costanti, il vento assume diverse definizioni in funzione delle variazioni che subisce.
Quindi il vento possiamo definirlo "vento teso", se le oscillazioni sono piccole; "vento a raffiche" quando la sua velocità ha una variazione in aumento di almeno 10 nodi, per una durata inferiore a 20 secondi, con direzione quasi costante rispetto al valore delle medie. E' definito "Vento turbinoso" quando cambia in continuazione direzione e velocità.
Quando ci si trova senza strumenti per individuare la direzione e la forza del vento non dobbiamo scoraggiarci in quanto possiamo stimarlo a vista con semplici metodi:
* Per la direzione, ove possibile, può essere utile osservare l'andamento del fumo, che rende visibili correnti aeree anche molto deboli, oppure la direzione verso la quale si sposta l'ombra delle nubi basse, la posizione delle bandiere, la direzione verso la quale sono spinte le onde;
* Per la misura approssimativa della forza del vento, invece, possiamo determinarla osservando gli effetti che esso produce sulle cose e gli oggetti che si trovano all'aperto. Da ciò ha origine la scala Beaufort, una misura pratica della velocità del vento, che prende il nome dal suo ideatore Francis Beaufort, che individua 12 gradi di intensità definiti dagli effetti del vento sul mare che viene mostrata nella tabella sottostante.

Per una più facile comprensione e consultazione visionare figura 4 e 5.

by mimmo
 
Giugno 2007 Mimmo Presti da Siracusa
Condimeteo 1

INFLUENZA DELLE FASI LUNARI SULLE MAREE

Argomento che bisogna conoscere, anche se non approfonditamente, è la luna e relative fasi lunari. Una buona parte di pescatori non ritiene questo argomento importante, ai fini di una buona battuta di pesca,ma purtroppo il continuo cambiamento della luna fa sì che il mare subisca delle variazioni dette maree, e non solo, ma cambiano anche alcuni cicli biologici dei suoi inquilini a noi molto cari.
E’ importante, quindi, avere almeno una minima conoscenza di sorella Luna e di come questa influenzi il mare.
Una metà della superficie lunare è sempre illuminata dalla luce del sole, tuttavia, nel corso del mese, la porzione dell’emisfero della Luna illuminato, visibile dalla terra, muta progressivamente e continuamente.
Questa mutazione di illuminazione dipende dalle diverse posizioni che la luna ha rispetto al sole e la terra, questi cambiamenti si ripetono in modo periodico e sempre con la stessa sequenza, queste vengono denominate fasi lunari. Detto ciclo, passa da una fase di luna nuova (luna tutta oscurata) ad una fase di luna piena (luna tutta illuminata) fino a tornare di nuovo alla luna nuova e per completare questo ciclo completo occorrono 29 giorni, 12 ore e 44 minuti e 3 secondi e viene detto mese sinodico.
Mi spiego meglio:
quando la Luna si trova allineata in mezzo tra il Sole e la Terra (detta congiunzione), si ha il novilunio >> la Luna ci mostra la sua faccia non illuminata (detta LUNA NUOVA);
quando invece la Luna si trova allineata in modo da avere in sequenza Sole-Terra-Luna (detta in opposizione), si ha il plenilunio >> la Luna ci mostra la sua faccia illuminata (detta LUNA PIENA);
Per completare il ciclo da Luna nuova a Luna piena modificando in modo graduale il suo aspetto occorrono 14 giorni, 18 ore e 23 minuti. Invece dopo 7 giorni, 9 ore e 11 minuti dopo il novilunio la Luna ha percorso ¼ della sua orbita e si trova in quadratura con il Sole e la Terra (in pratica l’angolo compreso tra la direzione Terra-Luna e la direzione Terra-Sole è di 90°). Questa è la posizione di primo quarto e la Luna appare come un disco illuminato a metà.
Trascorsi invece 7 giorni, 9 ore e 11 minuti dopo il plenilunio la Luna ha compiuto ¾ della sua orbita ripetendo la situazione di quadratura precedente. Questa è la posizione di ultimo quarto e vediamo nuovamente solo metà del disco illuminato (praticamente ¼ della superficie lunare).
Le fasi lunari vengono raggruppate, per facilitare la comprensione, in otto fasi principali denominate: Luna nuova, Luna a falce crescente, Primo quarto, Luna crescente, Luna piena, Luna calante, Ultimo quarto, Luna a falce calante dopodiché si ricomincia con la Luna nuova.
Vedi figura 2
Quindi, mentre la Luna cresce passando da Luna nuova a Luna piena, la parte illuminata visibile, inizialmente come una sottile falce incrementando la parte visibile notte dopo notte, ha la gobba rivolta verso Ponente; al contrario, quando la Luna passa da Luna piena per tornare a Luna nuova la parte illuminata si riduce fino a sembrare di nuovo una sottile falce, ha la gobba rivolta a Levante.
Da ciò il famoso detto “Gobba a ponente Luna crescente, gobba a levante Luna calante”.
Curiosità:
In un anno si hanno dodici lunazioni (12 mesi sinodici), quindi, abbiamo l’anno sinodico.
Facendo un pò di calcoli si nota che l’anno sinodico e più corto dell’anno calendariale di 11 giorni e 5 ore.
Le fasi lunari si ripetono nello stesso momento dell’anno solo ogni 19 anni i quali sono corrispondenti a 235 mesi sinodici e tale periodo viene detto ciclo aureo.
Dopo aver compreso per grandi linee i vari movimenti della Luna, passiamo a vedere come il mare viene influenzato da tutto ciò.
Le maree sono delle oscillazioni periodiche del livello della superficie del mare.
La fase in cui si ha l’innalzamento delle livello viene detta ALTA MAREA o flusso, mentre al contrario, quando si abbassa si ha la BASSA MAREA o reflusso.
La distanza che intercorre tra i due livelli viene denominata ampiezza della marea e viene misurata con particolari strumenti (i mareografi).
L’ampiezza dipende in gran parte dalla morfologia e dalla posizione del bacino(basta sapere che il valore medio in pieno oceano e di 1 Metro e in alcuni golfi e baie si possono raggiungere anche i 14-18 Metri).
In Mediterraneo, maree relativamente ampie si raggiungono solo in alto Adriatico (infatti a Venezia si possono raggiungere valori anche superiori a 1 Metro, poiché l’effetto della marea è aumentato dai venti che soffiano costantemente verso terra determinando il famoso fenomeno dell’acqua alta).
Le fasi di marea, dopo lunghissime e attente osservazioni effettuate, si ripetono regolarmente in concomitanza dei movimenti della Luna.
Nell’intervallo di tempo compreso tra due passaggi successivi della luna sullo stesso meridiano (ogni 24 ore e 50 minuti) si hanno due basse maree e due alte maree. Le alte e le basse maree si verificano nello stesso momento sia sul meridiano in esame che su quello opposto (antimeridiano).
Per intenderci (vedi figura 3):
- i meridiani geografici sono delle semicirconferenze comprese tra i due poli e vanno da 0° (meridiano di Greenwich *) a 180°(antimeridiano di 0°) Est e Ovest;
- i paralleli sono delle circonferenze parallele all’equatore che diminuiscono il proprio diametro man mano che si avvicinano ai poli e vanno da 0° a 90° Nord quelli rivolti verso il Polo Nord e da 0° a 90° Sud quelli rivolti verso il Polo Sud; il parallelo 0° ossia quello più grande è l’Equatore.
Quindi, quando per esempio la Luna passa sul meridiano di Greenwich (*), abbiamo l’alta marea non solo sui mari che si trovano sullo stesso meridiano, ma anche su quelli che si trovano sull’antimeridiano.
La forza gravitazionale esercitata dalla Luna e dal Sole su tutti i punti della superficie terrestre genera il fenomeno delle maree; a causa della rotazione terrestre l’effetto dell’attrazione non è costante nel tempo e nello spazio, quindi abbiamo degli innalzamenti e degli abbassamenti del livello del mare. Però, visto che la Luna (anche se di dimensioni relativamente piccole) si trova molto più vicina rispetto al Sole, il suo effetto di attrazione predomina su quello del sole di circa il 70%.
Dobbiamo dire, per essere precisi, che oltre alle forze di attrazione del Sole e della Luna abbiamo anche a che fare con la forza centrifuga terrestre, la quale giustifica l’effetto di marea sull’antimeridiano (vedi figura 4).
Quando il Sole e la Luna si trovano allineati con la terra (posizione di novilunio e plenilunio) le loro forze di attrazione di sommano ed abbiamo allora le massime maree dette maree sigiziali (maree vive); quando, invece, si trovano ad angolo retto abbiamo le minime maree dette maree di quadratura (maree morte).
Queste maree si alternano e si ripetono nello stesso luogo ogni 15 giorni circa.
Lo spostamento reale delle maree sulla superficie della terra è notevolmente diverso dalle previsioni teoriche.
Infatti, spostandosi incontrano vari ostacoli, quali la forma delle coste, la differenza di fondale e l’inezia dell’acqua stessa.
Ed è per questo motivo che le maree si spostano con un certo ritardo rispetto al passaggio della Luna sul meridiano, questo ritardo và da alcuni minuti a qualche ora.
Questo ritardo viene denominato ora di porto.
Per conoscere i dati relativi all’ora di porto del giorno e del luogo dove andremo a pescare, bisogna consultare delle apposite tavole, che possiamo trovare in alcune riviste di pesca o nelle varie capitanerie di porto o collegarsi per esempio ad uno dei siti con tali notizie:
Generalmente nei mari poco profondi e vicino alle coste, l’innalzamento e l’abbassamento del livello del mare determinano uno spostamento orizzontale (fenomeno molto visibile lungo le spiagge), questo spostamento viene chiamato corrente di marea e può raggiungere una velocità di 8-9 Km/h; dato che queste correnti prendono spesso direzioni alternate si possono creare dei vortici estremamente pericolosi, proprio come accade nello Stretto di Messina dove fortissime correnti di marea si riversano alternativamente dal Tirreno allo Ionio.
Per quanto riguarda l’azione delle mare sui pesci, risulta ovvio che quando siamo in una condizione di marea sigiziale le acque alte che si riversano sulle basse portano una quantità maggiore di cibo, in quanto mettono in movimento tutte quelle sostanze alimentari che si trovano nell’immediato sottocosta, dal largo e sui bassi fondali, di conseguenza quindi aumenta l’attività dei pesci; quando si passa alla marea di quadratura abbiamo l’effetto contrario.
Alcuni dei pesci che risentono della marea sono le spigole, i cefali, le aguglie, i saraghi, le orate, le corvine ecc….
Invece l’influenza delle fasi lunari sull’azione di pesca si può riassumere nelle seguenti condizioni:
- Novilunio, Falce Crescente, Primo Quarto, Ultimo Quarto e Falce Calante: sono frequenti nel periodo invernale perturbazioni con cospicue mareggiate e conseguente aumento di sostanze alimentari nell’immediato sottocosta e quindi aumento della pescosità;
- Luna Crescente, Plenilunio e Luna Calante: scarsa possibilità di perturbazioni con conseguente diminuzione del movimento di sostanze alimentari.
Queste notizie servono nella preparazione di una battuta di pesca, ma non vogliono essere una regola ma solamente delle norme teoriche, infatti tutti i fenomeni descritti in precedenza sono soggetti a molteplici fattori, infatti, a chi non è capitato di pescare con la luna piena o con la bassa marea e racimolare un cospicuo bottino.
Per capirci, alcuni di questi fattori potrebbero essere: la morfologia del fondale, la temperatura, la presenza di sostanze chimiche invadenti (inquinamento) ecc…..



Note:
(*) prende il nome da una località che si trova in Inghilterra su di cui passa, per convenzione, il Meridiano 0°.

by mimmo

 
Maggio 2007 Massimo saija da Messina
La Mareggiata


Eolo soffia inesorabile sul mondo di Nettuno, il mare prende forme crespe, rudi ma lineari e progressive.
Il moto ondoso inizia pian piano a formarsi. La mareggiata sbatte con violenza sui bassi fondali delle coste.
Il fondo è in subbuglio i suoi abitanti (crostacei, anelidi, piccoli pesci...)si trovano dentro una centrifuga!
Predatori e grufolatori attendono pazientemente il loro momento. Attesa che durerà fino a quando Eolo inizierà a
cedere fiato! Le onde si regolarizzano, la centrifuga rallenta!!!!
Sul fondo reso morbido lentamente si deposita tutto quello era in movimento, i piccoli pesci finalmente trovano rifugio nelle buche e nei canaloni dove il modo ondoso non riesce più a nuocere. Il momento dei grossi pesci è arrivato!
I grufolatori (saraghi in prima linea) nuotano ai margini dei punti di turbolenza, sfruttano la corrente e arraffano tutto quello che trovano. I predatori dentro i canaloni compiono veri e propri agguati verso i piccoli pesci storiditi e indeboliti dalle
onde!La frenesia alimentare aumenta, la scaduta avanza!
Qui entriamo in gioco anche noi, siamo nella magica situazione del Surf Casting!
Ma quali sono le regole base per potere capire ed affrontare queste situazioni?
Lasciando da parte attrezzatura, buffetteria e cose simili andiamo a conoscere come e dove impiantare la nostra postazione di pesca.
Per prima cosa arrivare sull'arenile con un pochino di anticipo e con la luce è di vitale importanza.
Sfrutteremo queste due armi per potere analizzare come si presenta lo stesso. Osservando il moto ondoso possiamo individuare
le buche, i canaloni e i punti di alta turbolenza. Dove è presente il canalone (una leggera depressione più o meno parallela alla costa) le onde perdono intensità in modo brusco e la riacquistano subito dopo. Stesso dicasi per una buca, ma in uno spazio molto più
concentrato. In questi punti il deposito organico aumenta, facendo anche aumentare il pascolo. Là dove invece le onde acquistano intensità maggiore rispetto al naturale svolgersi troveremo un innalzamento del fondo. Questo avviene maggiormente nelle punte. Qui la centrifuga è più attiva, quindi quando la scaduta
è in stato avanzato troveremo ancora un moto ondoso tale da smuovere il fondo, mantenendo la possibilità di trovare pesce. Esiste anche la spiaggia a fondo basso, dove il mare tende a formare diversi molti frangenti. In questa situazione il primo deposito organico e la conseguente presenza di un pascolo più accentuato si trova al di là del’ultimo frangente. In questa opzione possedere una buona tecnica di lancio è fondamentale per riuscire ad avere risultati maggiori.
Adesso che bene o male sappiamo dove trovare i pascoli cerchiamo di capire come fare lavorare le nostre esche!
In queste circostanze di sicuro non andremo a cercare pesci di piccola stazza, ma qualcosa di potente e molto resistente.
Un ottimo calamento per ricercare fra la schiuma, dove inizia il deposito, è il Pater Nostrer. I quali braccioli varieranno in lunghezza e diametro a seconda delle esigenze del mare.
Nella zona relativamente più calma, quindi nelle buche e nei canaloni, usare uno short di sicuro non sarà una cattiva idea, Tenendo sempre ben a mente che in condizioni di mare avverse lavora meglio un bracciolo di 120 cm dello 0,50 anziché uno dello 0,30 di 50 cm! Per poi passare ad un pezzotto domizziano che renderà molto dinamica la nostra esca.
Per confezionare i terminali non sarà necessario andare a cercare monofili invisibili e costosissimi! Fra le onde i pesci perdono i freni inibitori, tendono ad essere meno prudenti e per finire l’onnipresente acqua torbida rende quasi impossibile notare l’insidia!
Ma come fare ad ancorare il calamento al fondo in simili circostanze? Qui entrano in campo le zavorre da alta tenuta. Prime fra tutte le piamidi, a seguire coni e spike. Da non sottovalutare nemmeno la classica sfera che sul fondo molle si insabbia all’inverosimile.
Ci tengo a precisare che queste sono solo delle nozioni di base che andranno ampliate con l’esperienza e con l’apporto della nostra personalià!
 
Settembre 2006 Massimo Saija da Messina
Obbiettivo Spigola!


Ci troviamo ancora insieme a parlare di tecniche specifiche di cattura, oggi parliamo di sua maestà la Spigola! In breve cercherò di descrivere le tecniche per insidiare gli esemplari XXL. Parlando di spigole di grandi dimensioni molti di voi inizieranno a sognare dato che questo pesce è, dopo l’Orata, nei sogni e nella mente di tutti coloro che praticano il Surf Casting. Pesce che compare e scompare all’improvviso durante le forti mareggiate invernali. Il nome scientifico è Dichentrarchus Labrax, famiglia dei serranidi. Possiede un corpo molto idrodinamico, quasi un siluro, di colore argenteo, ha una bocca enorme ed una testa molto imponente. Si adatta a quasi tutti i fondali, e si nutre quasi del tutto di piccoli pesci anche se non sdegna granchi o qualsiasi cosa si muova in acqua!
Parlando di surf casting, la spigola sfrutta le mareggiate per insidiare i piccoli pesci in difficoltà fra le onde. Quindi la troveremo nei canaloni o hai suoi margini, ma,grazie al suo corpo allungato, anche nel pieno delle onde.
Per insidiare questo splendido pesce dobbiamo munirci di un’attrezzatura adeguata ad affrontare un moto ondoso deciso, quindi in generale canne potenti da proiettare 5 once (150 gr circa) con tranquillità. Si può scegliere sia fra potenti telescopiche che fra tutte le 2 pz da pesca.
Il mulinello deve possedere le classiche caratteristiche di uno da surf, bobina conica e capiente, avvolgimento impeccabile e una frizione numero uno. Se invece parliamo di rotanti, tutti quelli da pesca di taglia almeno 6000 vanno bene.
Il calamento ideale per la spigola è lo short, sia alto che basso. Tenendo una particolare attenzione sugli snodi, sarebbe un peccato perdere un combattimento con una preda di anche o più di 6 kg per un nodo fatto male! Per il terminale non c’è bisogno di andare tanto sul sottile, si pesca fra le onde quindi si può partire tranquillamente con lo 0,40 per poi arrivare anche allo 0,50. L’amo deve essere di grandi dimensioni e molto robusto, io consiglio o un beck o un O'Shaughnessy, entrambi di misura non inferiore alla 1\0.
Adesso si deve trovare l’esca adatta, e anche qui possiamo sbizzarrirci alla grande. Tanto per iniziare tranci di pesce come sugarelli, sgombri, cefali per poi passare a piccoli calamari da mettere interi oppure sardine o ancora tranci di seppia o calamaro. Insomma il menù di esche morte è molto vario e economico. Anche se la si può tentare con grossi americani interi o tranci di verme di rimini.
Tutto questo quando il mare respira forte, ma se il mare inizia a calmarsi e la scaduta avanza? Non ci demoralizziamo qui entriamo nel campo del vivo!!!!
La pesca con il vivo è molto appassionate e anche più selettiva. L’attrezzatura resta la stessa, tenendo conto che in bobina dobbiamo avere uno 0,40. La tecnica migliore è quella della teleferica o ascensore. In pratica sulla lenza madre si inserisce uno corpo ammortizzante tipo un pezzettino di guaina interna del cavo per antenne tv, poi si lega il moschettone e messa la zavorra si lancia a circa 40 mt da riva. Il terminale deve essere lungo circa 2,5-3 mt e confezionato sempre con monofilo dello 0,40 ( qui l’uso del Fluoro Carbon è utile) con da un lato un moschettone resistente e dall’altra parte due ami in serie, rigorosamente beck de di misura adeguata al pesce esca. Questo lo pescheremo in loco con una cannetta e del coreano o bigattini, comunque si innesca ciò che si prende, cefali, occhiate, boghe, salpe….
I due ami vanno posizionati sulla schiena in modo da non colpire organi vitali e da potere lasciare vivo e nuotante il pesce. Una volta innescato si appoggia in acqua e dopo avare agganciato li moschettone alla lenza madre si lascia andare, ci penserà lui da solo a nuotare verso il largo.
In entrambi i casi il combattimento è emozionate. La spigola quando si rende conto di essere allamata compie una prima fuga da mozzare il fiato. Poi dopo la ferrata inizia a cedere quasi da subito ma sta solo recuperando perché da un momento all’altro partirà di nuovo. Solitamente fa così per due o tre volte e poi si fa recuperare facilmente fino all’ultimo gradino di risacca dove, ci farà scoppiare il cuore con fughe e testate!
Spero che ancora una volta sia riuscito a fare un quadro ottimale della tecnica, e che grazie a ciò possiate aver capito come cercare di insidiare questo bellissimo pesce che sinceramente fa perdere il fiato. Quasi dimenticavo una cosa importantissima, la spigola è un pesce molto strano. La si può incontrare sia di giorno che di notte, quindi per capire qual è il momento migliore si deve cercare di conoscere bene la zona di pesca e tentare in entrambi i casi!!
Adesso vi saluto con un caloroso abbraccio e spero di scrivere presto!
 
Luglio 2006 Michele D'Auria
Pelagici da riva...


Nel termine “pelagici” (pesci di alto mare) viene tradizionalmente ricompreso una vasta etereogenità di specie; palamite , tunnidi, serra, lampughe, amia, ricciole, barracuda e aluzzo. Il comportamento di queste specie era per molti versi misterioso; ricompaiono sotto costa per pochi mesi all’anno per poi scomparire nel nulla. In realtà , negli ultimi anni, si è scoperto che , ad esempio, le ricciole non abbandonano le secche ma si spostano in quelle più profonde dove continuano a predare al limite tra la roccia e il fango. Il comportamento di altre specie di pelagici invece si è modificato negli ultimi 10 anni a causa dell’innalzamento della temperatura terrestre. I serra ormai accostano a maggio e ci lasciano a fine ottobre, in determinate zone del sud italia -caratterizzate da una miriade di foci d’acqua e dalla, susseguente, costante presenza di pesce-foraggio - sono stanziali per tutto l’anno in barba al termoclino e alla temperatura dell’acqua sotto costa. Le specie di pelagici più insidiate da terra sono essenzialmente tre; serra, amia e lampughe (tralascio gli sgombri, lacerti e lecce- stella perché sono ottimi pesci-esca per le suddette tre specie). Sono insidiabili sia dalla spiaggia (dove , sia detto per inciso, la profondità della stessa non incide sulla possibilità di catture multiple), sia dalle rocce che dalle foci.
Il comportamento delle suddette tre specie è simile; raggiungono grosse dimensioni (circa 11 kg per il serra, record mondiale IGFA all tackle di 15 kili, oltre 30 per la amia, stessa taglia del serra per la lampuga) sono pesci da alta pressione (bel tempo), cacciano a vista (quindi di giorno o con luna piena), sono in grado di ingurgitare pesci esca di dimensioni molto sostenute. Una differenza sostanziale tra i tre è che il serra ama la luna piena, le altre due specie sono inattive di notte.
Ma la vera differenza tra i pelagici in genere e altre specie di pesci è nel combattimento. I pelagici producono emozioni fortissime al pescatore , lottano fino allo sfinimento producendosi in partenze al fulmicotone e salti fuori dall’acqua. Cominciamo dagli attrezzi. Sfatiamo subito una diceria. Ci vogliono canne potenti ma pastose, una canna troppo rigida allunga la leva a favore del pesce perché non si deforma meccanicamente nel combattimento (eccovi spiegato perché le canne da traina sono corte). Per i mulinelli fisso o rotante non fa differenza; l’importante è la modulabilità della pressione, gettonatissimi i mitici Mitchell 498, Daiwa Millionmax , Daiwa BG , Penn SS, Ultegra, una capienza di circa 200 mt del 50 è d’uopo per l’amia, per il serra/lampuga (se il manico è di quelli buoni) si può scendere anche al 25 in bobina, Comunque è opinione dello scrivente che il rotante abbia , specie in questa tecnica di pesca, una marcia in più rispetto al fisso; ciò non vuol dire che con i fissi non sia possibile catturare fior di pesci, tuttaltro.
Circa gli ami si spazia dal n. 1 (per pesci-esca di dimensioni contenute alle prese con pelagici diffidenti) al 7/0, con la misura 3/0 più usata in assoluto, i modelli sono essenzialmente due; ‘O Shaug per i tranci, live bait o beak per esca viva. Un cenno al materiale; il rispetto verso il pesce esige che venga usato il carbonio (filo doppio) al posto dell’acciaio inox, sportività innanzitutto; se ci sfugge il pesce perché condannarlo a passare tutta la vita con un amo in acciaio infisso nel corpo? La tattica di pesca (e la conseguente travistica) varia di molto a secondo del luogo di pesca: palloncino e/o galleggiante in deriva (foce o vento di terra), LA basso, Pezzetto Heavy Metal, teleferica.
Attenzione all’uso della specie del pesce-esca con la teleferica; il cefalo ha la brutta abitudine di spiaggiarsi quando viene attaccato dal predone pelagico! Ottima la mobilità (e i riflessi luminosi) della stella e dell’aguglia, Ma qualsiasi pesce esca va bene: salpe, saraghi , boghe grosse, occhiate (strepitose nelle poste vicino a promontori). Importante ,a mio parere, è il settaggio della frizione dei mulinelli a secco (nel garage) mediante semplici bottiglie d’acqua in plastica , ringrazieremo di non averlo fatto mentre un treno ci svuota il rot :-) un 50% del carico di rottura allo strike mi sembra un buon compromesso, soprattutto ricordiamoci una regola semplice semplice: quando il pesce tira noi non dobbiamo tirare a nostra volta. Aspettiamo che si fermi per ossigenarsi e recuperiamo il filo che ci ha sbobinato, “il pesce grosso deve schiattare a mare” si dice dalle mie parti. Per evitare i salti (anche se a me piace vedere il pelagico saltare uso marlin) basta non combattere con la canna in verticale ma parallela all’acqua.
Un’altra cosa, quando il pesce è nelle vicinanze della battigia controllate sempre che l’angolo tra il filo e la cima della canna non sia mai inferiore a 90° altrimenti rischiate di spezzare il cimino della canna...
 
Anno 2005 Massimo Saija da Messina
Orate nel tirreno


Bene mi è stato dato il compito di descrivere la pesca all’orata, ed eccomi qui seduto a provare di usare delle parole molto semplici per descrivere i modi per insidiare questo bellissimo pesce del nostro mediterraneo!
Innanzitutto prima di provare a pescarlo dobbiamo conoscerlo bene per riuscire a capire dove trovarlo e che tipo di insidia dobbiamo usare.
L’orata, fa parte della famiglia degli Sparidi (come saraghi, dentici, occhiate, occhioni…) il nome scientifico è Sparus Auratus. Ha il corpo argenteo schiacciato hai lati, una testa molto imponente, vicino alle branchie possiede due macchie nere e rosse e fra gli occhi una macchia color oro vivo.
Ha una dentatura molto particolare, composta da placche ossee molto resistenti mosse da dei muscoli mandibolari potenti, tanto da riuscire a triturare di tutto.
E’ ermafrodita, cioè cambia sesso durante la crescita. Quando nasce è maschio per poi diventare femmina intorno ai 4 anni di età!
La prateria di sabbia e poseidonia è il suo habitat preferito, non ama le acque turbolente, la si trova comunque in quasi tutti gli ambienti marini. Da giovane vive in branchi più o meno numerosi, una volta raggiunta la maturità sessuale inizia a separarsi dal branco e a vivere da sola al massimo con uno o due compagni.
La riproduzione avviene in inverno e la schiusa delle uova nel periodo estivo. Di solito deposita le uova in acque poco profonde dove si mantiene una temperatura mite.
L’alimentazione è molto varia, in testa ci sono i molluschi come mitili, cannolicchi, murici. Ma si nutre anche di granchi, paguri e anelidi.
Una cosa che ci interessa molto come pescatori, raggiunge grandezze di rilievo con più di 80 cm di lunghezza e 10 Kg di peso.
Adesso che abbiamo un quadro di chi dobbiamo affrontare possiamo parlare di come si possono organizzare battute mirate a questa regina del mediterraneo.
Innanzitutto un paragrafo va dedicato all’attrezzatura.
Visto che l’orata non ama le acque molto mosse e sporche la incontreremo alla fine di una scaduta e mare completamente calmo, prevalentemente e nel 90 % dei casi di giorno, avremo bisogno di una canna di media potenza centrata fra i 120 e i 150 grammi, con un arco molto potente ma allo stesso tempo pastoso da poter assecondare le potenti fughe della preda, una parabolica o un leggera bass fanno al caso nostro.
Il mulinello deve essere di buone dimensioni, molto potente e con la bobina capiente. Vanno più che bene i modelli da surf casting. Questo date le condizioni in cui pescheremo lo caricheremo con dell’ottimo filo non inferiore allo 0,25 e non superiore allo 0,35 a cui collegheremo un parastrappi adeguato alla zavorra usata.
Ora passiamo al terminale.
Per confezionare i terminali useremo fili di qualità, il fluorocarbon è un ottimo compagno ma da scegliere fra quelli più morbidi e leggeri, nei diametri compresi fra lo 0,23 e lo 0,35 asseconda di esca e trasparenza dell’acqua.
Gli ami vanno scelti molto robusti, data la particolare boccuccia dell’orata, i modelli beck si adattano molto bene allo scopo. La misura va scelta in relazione all’esca usata, diciamo che, per un anellide, un numero 2 va bene, per granchi, bivalve ecc. possiamo salire di numerazione per arrivare a toccare 1/0.
Avendo tutto a nostra disposizione costruiamo il terminale.
Questo deve essere molto leggero, nel senso che non deve farsi notare dal pesce. Il migliore e più usato consiste nel montare un long-arm lungo anche 250 cm con piombo scorrevole ( vedi foto).
Ora siamo pronti, abbiamo tutto a nostra disposizione, basta reperire le esche e trovare l’arenile adatto al nostro scopo.
Per le esche possiamo sia lanciarci sugli anellidi, fra cui sceglieremo il bibi in capo a tutti e a seguire il rimini, l’americano e in muriddu. L’orata adora gli inneschi voluminosi quindi scegliamo i vermi più grandi. Oppure andremo alla ricerca di cozze, fasolari, cannolicchi…
Per rendervi meglio conto di come realizzare gli inneschi potete guardare le foto allegate.
La zona di pesca va cercata dove vi è una buona presenza di poseidonia e di sabbia, non tralasciando le zone miste con scogli e ciottoli.
Una volta messe le canne in pesca per alleggerire ancora il complesso pescante è bene lasciare il filo in bando di 1-2 mt, e tarare bene la frizione del mulinello
L’attesa da ora in poi ci accompagnerà nella battuta. Ma restiamo sempre vigili, e guardiamo le vette. La regina ha un modo di abboccare molto particolare, dapprima tocca l’esca spostandola con il muso, poi la prende in bocca e la mastica, ci gioca. Non appena si sente sicura di potere ingoiare parte a tutta velocità. Noi percepiremo tutto questo vedendo dapprima vibrare e muovere leggermente la vetta (anche per diversi minuti), per poi assistere ad una violenta e costante flessione della stessa e infine rimanere incurvata. Il momento è di sicuro emozionante ma dobbiamo mantenere la calma, presa la canna in mano bisogna ferrare in modo deciso ma non violento. Tenere leggermente le bobina e fare qualche passo indietro è una buona opzione, oppure portare indietro la canna con decisa costanza, si deve evitare di essere violenti, perché spesso al momento della ferrata l’amo non è ancora nella carne ma viene solo tenuto con l’innesco nella bocca. Infatti la stragrande maggioranza delle orate le troveremmo allamate sul fianco della bocca.
Il combattimento e lungo ed entusiasmante, bisogna assecondare tutti i movimenti del pesce e cedere filo con la frizione precedentemente tarata alle fughe più violente, dobbiamo stancare la preda quando è ancora lontana da riva per evitare spiacevoli sorprese sul gradino di risacca.
Non appena notiamo che inizia a perdere le forze iniziamo un leggero e dolce pompaggio senza però serrare la frizione ma bensì tenendo la bobina frenata con le mani pronti a lasciarla per cedere filo (palming). Vicino riva l’orata inizierà a nuotare a favore di corrente, è un momento delicato dove sta cercando di recuperare le forze e dove con probabilità effettuerà un ultima fuga.
Il momento di portarla a secco è arrivato, l’ideale sarebbe avere un fedele amico pronto con guadino o raffio per dare aiuto, ma se ci troviamo da soli dobbiamo cercare di carpire il momento magico dove grazie ad un onda forzeremo dolcemente il pesce facendo in modo che vada ad appoggiarsi il più vicino ai nostri piedi, a questo punto l’afferreremo facendo attenzione a non mettergli le dita in bocca. Per poi sederci sulla battigia con l’adrenalina alle stelle, il sudore sulla fronte a guardarla lì nella sua maestosa bellezza ferma fra le nostre mani.
Spero che quello che ho scritto vi sia di aiuto per riuscire a catturare questo bellissimo pesce, e concludo con il dirvi di avere tanta pazienza e costanza. Un’orata di un paio di Kg ripaga anche sei mesi di piatta totale con il sui fantastico carattere facendoci drogare di lei.
Buona fortuna.
 
Gennaio 2004 Emanuele Velardita da Caltanissetta
Questioni di piombo


Se diamo un'occhiata attenta ai nostri cassettoni,ci accorgiamo di quanto peso ci trasportiamo appresso ogniqualvolta scendiamo in spiaggia.

---IL PIOMBO PESA---
Se poi andiamo ad aprire lo scomparto dedicato ai piombi,vediamo quante inutili e pesanti frivolezze ci trasportiamo...... grammature inusuali o addirittura inutili(50 pezzi da 20gr,ecc...),fogge tecnicamente inadatte(triangoli,campane,scorrevoli a goccia,ecc...),comperati agli albori della nostra passione,dimenticati e rimasti ad appesantirci il fardello di molti chili e per molti anni.

---OPERIAMO UNA SELEZIONE---
Effettivamente la tipologia di piombi da portarsi appresso,non è così esagerata come potrebbe sembrare....
Infatti in spiaggia ciò che necessita avere in questo senso è:una serie di piombi da distanza di grammature ideali per le nostre canne;una piccola serie di piombi da tenuta di grammature idonee al mare mosso.

Analizziamo il punto.....
Ipotizzando un'atrezzatura completa ---2 tele sensibili da 150gr(per la distanza);2 tele robuste da 180/200gr(per il mare mosso e7o per distanze ancora maggiori);1 tele sensibilissima da 120gr+una beachleadgering(per la pesca sottoriva,a galla,o l'agonismo..)---potremmo equipaggiarci con una serie di piombi da distanza con pesi compresi tra le 3 e le 6 oz(da usare con la 120,le 150 e le 180 a seconda dei casi);una serie di piombi da tenuta con pesi compresi tra i 125 ed i 175 gr(da usare con le 180 nei casi estremi);una piccola serie di sferette da 30/60 gr(da usare con la beachleadgering e con la 120 per pescare ultraleggero nel sottoriva),alcuni alettati economici da 125 per il misto e da utilizzare piombo a perdere.tutti ad occhiello,facendo l'aventuale scorrevole con la girella inserita sul trave e un sistema distanziatore tipo pipetta.

---QUALI E QUANTI---
Questa è.....la classica questione di lana caprina....

Quali..?
Mi sento di rispondere,in riferimento alla forma,che il miglior piombo da lancio è quello con cui ci troviamo meglio in termini di distanza,assetto in aria,caricamento della canna.
Personalmente,per la distanza uso i beachbomb,quelli a forma di ovetto,che mi permettono di eliminate completamente fastidiosi e rallentanti sfarfallii in aria dovuti a lanci infelicemente eseguiti,pur mantenendo una buona tenuta sul fondo.
Per la tenuta le piramidi a base quadrata(illo tempore tanto odiate.....ma oggi insistituibili...)e gli spike.

Quanti..?
Anche qui dipende da ognuno di noi.....
rompere ogni due o tre lanci lo shockleader ci obbliga a grossissime scorte.....ma a questo punto meglio sarebbe cercare di capire il perchè rompiamo anzicchè buttare a mare tanti piombi che,conti alla mano costicchiano pure....
Personalmente ne porto 4 per tipo di piombi da lancio e spike(anche se raramente ma rompo anche io....)qualcuno in più per le piramidi(alcune volte è difficile disincagliarle e si perde inevitabilmente tutto...);alettati a consumo....

---MOBILITA' STAGIONALE---
Tendenzialmente,in base alle stagioni ed alle contestuali condimeteo,sono portato ad eliminare dal cassettone tutto ciò che non serve.....
Così se d'estate porterò inevitabilmente appresso tutti i beachbomb da 4, 5 e 6 oz,lasciando a casa i piramidali e gli spike(a meno di non sapere che c'è la mareggiata..)
d'inverno diminuirò gli stessi a favore delle piramidi e gli spike....
oppure se so di affrontare il misto carico molti alettati sacrificando gli altri...
Così da avere sempre tutto a disposizione col minor carico possibile...
Nei casi in cui ignoro completamente cosa mi capiterà(situazione peraltro difficile perchè cerco sempre di programmare la battuta a tavolino...)porterò di tutto un pò....ma senza esagerare
 
  Home Tecniche Surfcasting Articoli
 



 
  Thursday 11 Mar 2010   Copyright 2006-2010 Pescare in Sicilia
All rights reserved
Powered by CDPSoftware TM